Indice
- Introduzione
- La gestione delle situazioni di incapacità mentale
- Trust familiare e soggetti fragili: l’importanza della pianificazione tempestiva
- Domande fondamentali nella governance fiduciaria
- Strumenti interpretativi giuridici
- Casi concreti: Re Poulton e BOS Trustees
- Trust familiare e soggetti fragili: prevenzione e strutturazione del trust
- Gestione delle situazioni pratiche
- Conclusione: l’importanza della consapevolezza
Introduzione
Uno dei principali motivi per cui viene istituita una struttura di trust familiare è garantire continuità e protezione patrimoniale, anche in presenza di eventi critici legati alla salute o alla capacità dei soggetti coinvolti. La gestione delle situazioni d’incapacità mentale di disponenti, beneficiari, protector o amministratori rappresenta oggi una delle sfide più complesse per i trustee.
La gestione delle situazioni di incapacità mentale
E non si tratta più di un’eventualità remota: l’invecchiamento della popolazione e l’aumento delle malattie neurodegenerative rendono la questione sempre più attuale. Secondo il Servizio Sanitario Nazionale del Regno Unito, una persona su 11 oltre i 65 anni soffre di demenza. A livello globale, Alzheimer’s Disease International stima che oltre 55 milioni di persone siano affette da demenza, con una previsione di crescita a 78 milioni nel 2030 e 139 milioni nel 2050. Cina e India, due mercati sempre più rilevanti anche per i trustee, sono tra i paesi con la popolazione anziana in più rapida crescita.
Trust familiare e soggetti fragili: l’importanza della pianificazione tempestiva
Chi si occupa di governance patrimoniale sa bene che il momento peggiore per affrontare il tema è quando il problema si è già manifestato ed il comportamento addirittura peggiore consiste nello scegliere di non parlarne affatto, magari per reticenza culturale. Invece, pianificare in tempo, con lucidità, significa rispettare le volontà espresse quando erano chiare e consapevoli, ed aiuta ad evitare contenziosi che possono irrimediabilmente lacerare relazioni familiari e mettere a rischio l’efficienza dell’amministrazione fiduciaria.
Domande fondamentali nella governance fiduciaria
Vale quindi la pena fermarsi e riflettere su alcune domande fondamentali:
il disponente era pienamente capace al momento della costituzione del trust? Era consapevole delle implicazioni che una futura incapacità avrebbe potuto generare sulla governance del patrimonio? Lo strumento del trust prevede meccanismi in grado di gestire situazioni di decadimento cognitivo di soggetti chiave?
D’altra parte, anche durante la gestione ordinaria del trust, i dubbi non sono da meno.
Come reagire di fronte a un protector che assume decisioni incoerenti o a un beneficiario che sembra subire le pressioni familiari? Le richieste che arrivano ai trustee sono frutto di una volontà libera o nascondono dinamiche opache? E in assenza di certificazioni mediche formali, un trustee può o deve farsi un’opinione autonoma sulla capacità di un soggetto?
Strumenti interpretativi giuridici
In questi casi, il l’esperienza del diritto offre alcuni strumenti interpretativi. Uno dei riferimenti più consolidati è il test Banks v Goodfellow, sviluppato dalla giurisprudenza inglese dell’Ottocento e ancora oggi applicato in molte giurisdizioni di common law. Secondo questo test, una persona è considerata capace se:
- comprende la natura dell’atto e i suoi effetti;
- conosce l’entità del proprio patrimonio;
- è consapevole delle persone che potrebbero avere un’aspettativa su quel patrimonio.
Quanto all’indebita influenza, il test ricavato dal caso Macklin v Dowsett stabilisce che, in presenza di una relazione di fiducia o dipendenza, l’onere della prova si inverte: chi beneficia della decisione deve dimostrare che questa sia stata presa liberamente, senza abusi di posizione. Questi principi si riflettono nel funzionamento quotidiano dei trust ricreando situazioni di non sempre facile gestione.
Casi concreti: Re Poulton e BOS Trustees
Nel caso Re Poulton, affrontato dalle corti delle Isole Cayman, il disponente, Alan, gravemente malato, legalmente cieco e fortemente dipendente dalla seconda moglie Deborah, esercitò un potere personale per escludere i propri figli dal trust e chiedere la distribuzione integrale del fondo a favore suo e della moglie. I figli contestarono l’operazione sostenendo che Alan fosse incapace e vittima di indebita influenza.
Il giudice investito del caso, pur riconoscendo che Alan aveva attraversato momenti di ridotta lucidità, ha ritenuto che, nel momento in cui ha adottato la decisione, disponesse di sufficiente capacità mentale secondo il test Banks v Goodfellow. Tuttavia, ha anche rilevato che vi era una presunzione di indebita influenza da parte della moglie, che non era stata efficacemente confutata. Questo ha portato a una parziale invalidazione degli effetti della distribuzione finale del trust fund, ma non dell’esclusione formale dei figli. Il trustee, che aveva mantenuto una posizione neutrale, non è stato ritenuto responsabile, ma il caso evidenzia quanto sia delicato il ruolo fiduciario in simili contesti.
In un altro caso, BOS Trustees, il disponente ultraottantenne, dopo la morte della prima moglie, sposò una vecchia amica. Poco dopo, modificò la lettera di desideri del trust, chiedendo che il 90% del fondo fosse attribuito alla nuova consorte. La figlia del primo matrimonio fu esclusa. Dopo la morte del disponente, la figlia intentò un’azione legale sostenendo che il padre, colpito da ictus e in condizioni fisiche precarie, fosse stato influenzato. Il trustee, prudentemente, chiese indicazioni al tribunale, mantenendo una posizione neutrale ma responsabile. Il caso è tuttora pendente. Questi pochi esempi sono sufficienti ad evidenziare le criticità in cui possono incorrere Trustee e consulenti nella gestione di queste situazioni.
Trust familiare e soggetti fragili: prevenzione e strutturazione del trust
Evidentemente, allora, la prima azione da compiere è quella di -per quanto possibile- occuparsi della prevenzione.
Un trust ben redatto dovrebbe contenere:
- una definizione di incapacità chiara ed operativa, fondata su valutazioni mediche (ad esempio, due certificati indipendenti);
- meccanismi per la rimozione automatica di soggetti incapaci dai ruoli chiave (protector, comitati, detentori di poteri);
- istruzioni su come comportarsi in presenza di procure, specialmente se il beneficiario è diventato incapace e non può più manifestare volontà diretta;
- indicazioni chiare su chi può ricevere distribuzioni per conto di un beneficiario incapace e con quali garanzie di buon utilizzo;
- clausole di esonero di responsabilità per i trustee che si affidano a valutazioni professionali di terzi e agiscono in buona fede.
Gestione delle situazioni pratiche
È fondamentale che il Trustee abbia delle linee guida chiare cui fare riferimento e che investa energie sull’identificazione precoce dei segnali di incapacità, mantenendo registri accurati delle comunicazioni e delle decisioni assunte, quale parte integrante di una gestione prudente e professionale.
Non mancano poi le complessità pratiche. Che fare, ad esempio, se un soggetto chiave rifiuta di sottoporsi a una valutazione medica, rendendo di fatto impossibile accertarne formalmente l’incapacità?
In questi casi, può essere utile che lo strumento di trust contenga una clausola che subordina il mantenimento di determinati poteri all’obbligo di sottoporsi a una visita medica entro un termine definito. In caso di mancata adesione, il soggetto potrebbe essere considerato incapace ai fini della governance fiduciaria. Si tratta, in sostanza, di introdurre un meccanismo automatico e trasparente per la sospensione o la decadenza dai poteri, evitando al trustee un margine di discrezionalità troppo ampio.
Un’altra situazione delicata è quella in cui un soggetto ancora formalmente abile inizi a chiedere ai trustee o agli amministratori di compiere atti che, per modalità o contenuto, risultano anomali o potenzialmente pregiudizievoli. In questi casi, la buona prassi suggerisce di agire con cautela: sospendere l’esecuzione della richiesta, documentarne i motivi, e – se necessario – attivare le procedure previste dallo strumento per la verifica della capacità o per l’intervento del giudice.
Conclusione: l’importanza della consapevolezza
È evidente che parlare di capacità mentale nell’ambito della pianificazione patrimoniale può essere scomodo ed a volte addirittura far paura. Ma evitare la questione espone a rischi molto maggiori. Una gestione consapevole e lungimirante non deve mai limitarsi a custodire un patrimonio ma puntare alla tutela della volontà di chi lo ha generato e l’equilibrio di chi lo erediterà.
Come studio, ci occupiamo da anni, con concretezza e riservatezza, di strutture fiduciario-patrimoniali complesse, assistendo clienti italiani e internazionali nella definizione di assetti coerenti, lungimiranti e capaci di reggere anche agli imprevisti più delicati.
Un confronto approfondito su questi temi può contribuire a rafforzare la resilienza dell’intero impianto fiduciario.