
Le più recenti rilevazioni statistiche diffuse dalla stampa economica – elaborate sulla base dei dati provenienti dai tribunali italiani e da analisi indipendenti di settore – mostrano un trend molto chiaro: nel 2025 le nuove liquidazioni giudiziali hanno superato la soglia delle 10.000 procedure, con un aumento stimato attorno all’11,7% rispetto al 2024. Parallelamente, il numero dei procedimenti definiti si riduce e il rapporto tra nuove iscrizioni e chiusure (il cosiddetto clearance rate) scende intorno al 18%, segnalando una crescente difficoltà degli uffici giudiziari a smaltire il flusso in entrata.
Questi dati, al di là del significato numerico, rappresentano un indicatore preciso dello stato di salute del tessuto imprenditoriale nazionale e mostrano come un numero crescente di imprese, in particolare PMI, arrivino in tribunale in una fase ormai avanzata della crisi, quando le alternative sono ridotte e l’intervento correttivo diventa spesso impossibile.
Una crisi che nasce da un intreccio di fattori
La situazione attuale non può essere letta attraverso un unico fattore determinante. Le difficoltà delle PMI derivano oggi da una combinazione di elementi endogeni ed esogeni, che si sommano e si amplificano reciprocamente:
-il prolungato aumento del costo del denaro;
-la contrazione del credito bancario verso segmenti considerati più rischiosi;
-il rientro delle esposizioni fiscali e bancarie accumulate nel triennio post-pandemico;
-l’impatto dei costi energetici e delle materie prime, tutt’altro che rientrati ai livelli pre-crisi;
-la pressione inflattiva sui fattori produttivi;
-dipendenza eccessiva da pochi clienti strategici;
-difficoltà nel governare indicatori di early warning;
-ritardi nella digitalizzazione.
A ciò si aggiunge un elemento che oggi sta emergendo con particolare forza: la necessaria restituzione della finanza agevolata ricevuta dalle imprese negli anni immediatamente successivi al Covid.
Per molte aziende, quei finanziamenti hanno rappresentato ossigeno immediato; oggi, però, stanno manifestando un effetto differito, con scadenze e rientri che pesano sui flussi di cassa in un momento in cui la marginalità operativa è già ridotta.
La coesistenza di questi elementi genera, inevitabilmente, tensione finanziaria e, nei casi non gestiti adeguatamente, spinge l’impresa verso esiti patologici.
Una domanda inevitabile: quali strumenti offre oggi il Codice della crisi per evitare questo esito?
Di fronte a un numero crescente di imprese che si trovano costrette ad affrontare una procedura di liquidazione giudiziale, viene naturale interrogarsi sui rimedi ordinari previsti dal Codice della crisi e sulla loro reale capacità di intercettare la crisi prima che sfoci in un’iniziativa giudiziale.
Detto della necessaria apposizione di adeguati assetti all’interno di ogni singola società, di cui pure abbiamo scritto in precedenza sulle nostre pagine, la composizione negoziata rappresenta, in questo quadro, lo strumento che meglio risponde a questa esigenza.
Non è una procedura concorsuale, non è un preludio alla liquidazione, non è un passaggio obbligato. È un percorso di risanamento che ha come obiettivo la continuità dell’impresa, non la sua dismissione.
La composizione negoziata come spazio ordinato e protetto per il risanamento
L’istituto, introdotto dal d.lgs. 14/2019 e successivamente affinato, è costruito per consentire all’imprenditore di affrontare la crisi in un contesto protetto, libero dalle pressioni esecutive e con il supporto di un esperto terzo e indipendente.
La procedura crea una cornice in cui:
-le iniziative dei creditori possono essere temporaneamente sospese (mediante la richiesta di applicazione di misure protettive del patrimonio);
-il dialogo con banche e fornitori avviene secondo regole chiare e trasparenti;
-si possono valutare interventi di finanza esterna o finanza ponte;
-si può operare una revisione industriale e finanziaria dell’impresa;
-si costruisce una strategia di risanamento credibile e sostenibile.
Non si tratta di una tregua passiva, ma di un periodo funzionale alla riorganizzazione dell’impresa: una pausa in cui non si rinvia il problema, ma si lavora affinché l’azienda ritrovi equilibrio e prospettiva.
Un equivoco da superare: non è una “anticamera” della liquidazione, ma un’alternativa concreta
Nella volontà del legislatore, la Composizione Negoziata della Crisi non deve rappresentare un passaggio che precede l’inevitabile esito della Liquidazione Giudiziale, ma una valida alternativa ad essa.
La composizione negoziata non nasce per accompagnare l’impresa alla liquidazione, ma per evitarla.
Ed è efficace quando viene avviata con tempestività e con una strategia ben definita.
In quei casi, rappresenta spesso la differenza tra la continuità aziendale e la cessazione dell’attività.
Un percorso che richiede metodo, visione e capacità di esecuzione
Se è vero che la composizione negoziata non è – e non deve diventare – una fase che precede la liquidazione giudiziale, è altrettanto vero che la sua efficacia dipende dal modo in cui viene impostata e gestita.
Per funzionare davvero, infatti, la procedura deve poggiare su tre pilastri essenziali:
-una diagnosi tempestiva, che consenta di individuare le reali cause della crisi e di distinguere ciò che può essere recuperato da ciò che deve essere abbandonato;
-una strategia industriale e finanziaria credibile, fondata su dati attuali e non su proiezioni ottimistiche, in grado di rassicurare tanto l’esperto quanto il ceto creditorio;
-una capacità negoziale effettiva, che permetta all’imprenditore di presentarsi al tavolo con una proposta strutturata, sostenibile e verificabile nei fatti.
In altre parole, la composizione negoziata è efficace non solo perché sospende le pressioni esterne, ma perché riordina il contesto entro cui l’impresa opera, restituendo all’organo amministrativo la possibilità di assumere decisioni ragionate e non dettate dall’urgenza.
È spesso in questa cornice che emergono soluzioni che, nella gestione ordinaria della crisi, non erano immediatamente percepibili, come ad esempio accordi con fornitori strategici, finanziamenti mirati, rinegoziazioni operative, interventi sul modello di business e razionalizzazioni della struttura dei costi.
Soluzioni concrete, quindi, non declamatorie. Soluzioni che, se correttamente guidate, possono ristabilire un equilibrio economico-finanziario e preservare la continuità aziendale.
Conclusione
I dati del 2025 restituiscono l’immagine di un sistema imprenditoriale che si trova sotto pressione e di Tribunali chiamati a gestire un numero crescente di procedure in entrata.
In questo scenario, la domanda centrale non è perché le liquidazioni aumentino, ma come intercettare la crisi prima che vi sfoci.
La Composizione Negoziata risponde esattamente a questa logica: offre all’imprenditore un percorso ordinato, trasparente e orientato alla continuità, nel quale è possibile ridefinire i rapporti con il ceto creditorio e riprogettare l’azienda su basi sostenibili.
È uno strumento moderno, serio e concretamente utilizzabile.
E, come mostrano i numeri, oggi rappresenta una delle poche alternative reali per evitare che una difficoltà temporanea conduca le aziende a un epilogo irreversibile.
Gianmarco Pelosi Paolo Gaeta & Associati