Circolare sul Trust n.34/E del 20 ottobre 2022

Ottobre 21, 2022

Disciplina fiscale dei trust ai fini della imposizione diretta e indiretta – Articolo 13 decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124, convertito con modificazioni dalla legge 19 dicembre 2019, n. 157 decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346 Recepimento dell’orientamento della giurisprudenza di legittimità


INDICE


PREMESSA


1. PROFILI CIVILISTICI DEL TRUST


2. APPORTO DEI BENI IN TRUST


3. DISCIPLINA AI FINI DELLE IMPOSTE SUI REDDITI


3.1 TRUST TRASPARENTE RESIDENTE E NON RESIDENTE


3.2 TRUST OPACO RESIDENTE


3.2.1 Trust opaco commerciale


3.2.2 Trust opaco non commerciale


3.3 TRUST OPACO ESTERO


3.4 L’INTERPOSIZIONE DEL TRUST


3.5 DETERMINAZIONE DEI REDDITI DI CAPITALE AI SENSI DELL’ARTICOLO 44 COMMA 1 LETTERA G-SEXIES


4. DISCIPLINA AI FINI DELLE IMPOSTE INDIRETTE


4.1 QUADRO DI RIFERIMENTO


4.2 EVOLUZIONE DELLA GIURISPRUDENZA DI LEGITTIMITÀ


4.3 RECEPIMENTO DELL’ORIENTAMENTO ESPRESSO DALLA CORTE DI CASSAZIONE


4.4 TASSAZIONE AI FINI DELLE IMPOSTE INDIRETTE


4.4.1 Istituzione del trust


4.4.2 Dotazione dei beni in trust


4.4.3 Attribuzione dei beni ai beneficiari


4.4.4 Liquidazione dell’imposta


4.4.5 Liquidazione dell’imposta in relazione ad attribuzioni effettuate da Trust già esistenti


4.4.6 Esenzioni, agevolazioni e determinazione del valore dei beni


4.4.7 Operazioni effettuate durante la vita del trust


4.4.8 Sostituzione del trustee


4.4.9 Imposte ipotecaria e catastale


4.5 ATTI FORMATI ALL’ESTERO


4.6 ATTRIBUZIONI AI BENEFICIARI “SENZA FORMALITÀ”


4.7 TRUST C.D. “LIQUIDATORI” E “DI GARANZIA”


4.8 TRUST “DOPO DI NOI”


5. OBBLIGHI DI MONITORAGGIO FISCALE


5.1 OBBLIGHI DI MONITORAGGIO DEL TRUST


5.2 OBBLIGHI DI MONITORAGGIO DEI TITOLARI EFFETTIVI


5.3 OBBLIGHI DI MONITORAGGIO DEI TITOLARI DI POTERI DI RAPPRESENTANZA, DIREZIONE E AMMINISTRAZIONE (TRUSTEE, DISPONENTE E GUARDIANO)


6. APPLICAZIONE DELL’IVIE E DELL’IVAFE


Premessa

La presente circolare fornisce indicazioni in materia di
fiscalità diretta e indiretta dei trust alla
luce della consolidata giurisprudenza di legittimità in
materia di imposizione indiretta, nonché
delle modifiche normative introdotte dal decreto legge 26 ottobre 2019, n. 1241 (di seguito, “decreto”) in tema di imposizione diretta.

In particolare, sul piano normativo, il decreto ha
modificato la disciplina, ai fini
della imposizione sui redditi, relativa alle “attribuzioni” a favore di soggetti
residenti in Italia, provenienti da trust stabiliti in giurisdizioni che con riferimento al trattamento dei trust si considerano a fiscalità privilegiata.

Tale intervento normativo ha avuto quale finalità quella
di fornire regole specifiche per
l’imposizione delle predette “attribuzioni”,
in particolare, da parte di trust opachi – ovvero di trust senza beneficiari di reddito “individuati” – allo scopo di evitare che la residenza fiscale
del trust in un Paese con regime
fiscale privilegiato, comporti la
sostanziale detassazione dei redditi attribuiti ai soggetti italiani.

Nello specifico, il suddetto decreto2 detta
indicazioni puntuali sul trattamento dei redditi
corrisposti da tali trust,
stabilendo:

l’inclusione tra i
redditi di capitale3 anche dei «redditi
corrisposti a residenti
italiani da trust e istituti aventi analogo
contenuto, stabiliti in Stati e territori
che con riferimento ai redditi prodotti dal trust si considerano a fiscalità
privilegiata ai sensi dell’articolo 47-bis,
anche qualora i percipienti residenti non possano essere
considerati beneficiari individuati ai sensi dell’articolo 73
»;

una presunzione relativa,
qualora in relazione alle predette attribuzioni «non
sia possibile distinguere tra redditi e patrimonio, l’intero
ammontare percepito costituisce reddito
»4.

Pertanto, dopo le circolari 6 agosto 2007, n. 48/E e 27 dicembre 2010, n. 61/E di
commento alle disposizioni in materia di trust
introdotte dalla legge finanziaria 2007,
si forniscono di seguito i chiarimenti ai fini delle imposte sui redditi delle attribuzioni da parte di trust opachi stabiliti
in Paesi con regimi fiscali
privilegiati, conseguenti le predette novità normative.

Con riferimento, invece,
all’imposizione indiretta5, si registra un orientamento
della Corte di Cassazione, che dopo una lunga evoluzione si può ritenere
allo stato attuale
consolidato. In base a detto
orientamento, la “dotazione” di beni e diritti in trust, ai fini dell’applicazione della
reintrodotta imposta sulle successioni
e donazioni, non dà luogo di per sé ad un effettivo trasferimento di beni o diritti
e, quindi, ad un arricchimento dei beneficiari.

Invero, a parere dei giudici di legittimità, ai fini
dell’applicazione delle predette imposte
occorre avere riguardo
non ad una indeterminata utilità economica della quale il costituente dispone,
ma all’effettivo incremento patrimoniale del beneficiario.

Con riferimento alle imposte indirette, quindi, si
recepisce in questa sede l’orientamento
espresso dalla Suprema Corte, con il conseguente superamento delle indicazioni sul punto contenute nei precedenti documenti di prassi (circolare 6 agosto 2007, n. 48/E,
par. 5.2., 5.3 e 5.5 e circolare
22 gennaio 2008, n. 3/E, par. 5.4.2).

Viene, inoltre, illustrata la tassazione indiretta applicabile con riferimento alle principali
tipologie di atti concernenti la “vita”
del trust.

 Per quanto attiene
invece alla disciplina degli obblighi di monitoraggio fiscale,
alla luce delle modifiche apportate
dal decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 90, che ha recepito la Direttiva UE 2015/849 del
Parlamento europeo e del Consiglio,
del 20 maggio 2015 (IV Direttiva antiriciclaggio), vengono forniti specifici
chiarimenti, superando in parte, quelli forniti con la circolare 23 dicembre 2013,
n. 38/E.

Vengono, infine, fornite
indicazioni sull’applicazione dell’imposta sul valore degli immobili detenuti all’estero (IVIE)
e dell’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute
all’estero (IVAFE) dovuta
da trust residenti in Italia.

La presente circolare, inoltre, fornisce chiarimenti con riferimento ai trust istituiti a favore
dei soggetti con disabilità gravi,
di cui alla legge 22 giugno 2016, n. 112, cosiddetta Legge Dopo di Noi”.

Si fa presente che il documento tiene conto dei contributi
ricevuti dagli operatori in esito alla consultazione pubblica
aperta l’11 agosto
2021 e conclusa in data 30 settembre 2021, per fornire
ulteriori chiarimenti sui diversi aspetti relativi alla disciplina
fiscale dei trust.

Tanto premesso i chiarimenti forniti nelle predette
circolari continuano ad avere validità
per quanto compatibili con quanto di
seguito illustrato.

 

1.    
Profili civilistici del trust

 

L’istituto del trust ha trovato ingresso
nell’ordinamento interno con la ratifica
della
Convenzione dell’Aja del 1° luglio 1985, ad opera della legge 16 ottobre 1989, n. 364, in vigore dal gennaio 1992.

Giova ricordare che detto istituto
si sostanzia in un rapporto
giuridico fiduciario mediante
il quale un soggetto definito “disponente
(o settlor) – con negozio
unilaterale, cui generalmente seguono uno o più atti dispositivi trasferisce
ad un altro soggetto, definito “trustee”,
beni (di qualsiasi natura), affinché quest’ultimo li gestisca e li amministri, coerentemente con quanto previsto dall’atto istitutivo del trust per
il raggiungimento delle
finalità individuate dal disponente medesimo.

L’effetto principale dell’istituzione di un trust è la segregazione patrimoniale in virtù della quale i beni in trust costituiscono un patrimonio separato
e autonomo rispetto
al patrimonio del disponente, del trustee e dei beneficiari, con la conseguenza che tali beni non potranno
essere escussi dai creditori di tali soggetti. L’articolo 2 della citata Convenzione, oltre a fornire la definizione di trust, ne individua caratteristiche essenziali, ovvero:

«a) i beni del trust
costituiscono una massa distinta e non fanno parte del patrimonio del
trustee;

i beni del trust
sono intestati a nome del trustee o di un’altra persona per conto
del trustee;

il trustee è
investito del potere e onerato dell’obbligo, di cui deve rendere conto, di amministrare, gestire o
disporre beni secondo i termini del trust e le
norme particolari impostegli dalla legge
».

Nella pratica, fermo restando l’elemento essenziale della
“segregazione”, si riscontrano diversi
utilizzi dell’istituto che si differenziano per le finalità
perseguite, si pensi ad esempio:

al trust di scopo”, istituito per il perseguimento di un specifico
e determinato fine individuato dal disponente (affare,
attività, ecc.);

al “trust familiare”,
istituito con finalità di assistenza o in vista della successione;

al “trust Dopo di
Noi
”, istituito a favore dei soggetti con disabilità gravi nel rispetto dei requisiti previsti dalla
legge 22 giugno 2016, n. 112 (“Legge Dopo di Noi”);

al trust di garanzia”, istituito per tutelare
l’interesse di uno o più creditori del disponente;

al “trust
liquidatorio
”, istituito per realizzare la liquidazione dell’attivo dei beni del disponente.

Vi sono poi casi nei quali il disponente riveste anche la
carica di trustee: in tali ipotesi il trust si definisce autodichiarato”.

Inoltre, un trust può
essere discrezionale nel caso in cui il disponente si riserva la facoltà di nominare in un momento
successivo i beneficiari ovvero rimette al trustee o ad un protector (guardiano) l’individuazione degli stessi,
delle loro rispettive posizioni o delle modalità e dei tempi di attribuzione dei benefici6.

Allo stato, non è presente nell’ordinamento interno una
disciplina organica dell’istituto.

In particolare, l’articolo 39 novies del decreto legge 30 dicembre 2005, n. 273, convertito dalla legge 23 febbraio
2006, n. 51, ha introdotto l’articolo 2645- ter rubricato «Trascrizione di atti di destinazione per la realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche»7 nel Libro VI, titolo I, capo I, del codice civile.

Tale disposizione, di ampia portata8, prevede
la trascrizione di determinati atti «al fine di rendere
opponibile ai terzi il vincolo
di destinazione
»,
consentendo la “segregazione” dei beni oggetto dell’atto
di destinazione, sottraendoli alle più svariate vicende
che possono verificarsi e, in tal modo, introducendo una rilevante eccezione all’articolo 2740 del codice civile,
per effetto del quale ciascun
soggetto risponde delle proprie obbligazioni «con tutti
i propri beni presenti e futuri
».

In ambito fiscale,
invece, il legislatore è intervenuto inserendo
diverse disposizioni sia in
tema di imposte sui redditi, sia in tema di imposizione indiretta sui c.d. “vincoli di destinazione”, nonché con riferimento al trust c.d. “Dopo di Noi”.

 

2.    
Apporto dei beni in trust

 

Nel caso di beni oggetto
di apporto in un trust, per quanto attiene
al loro costo fiscalmente
riconosciuto, si conferma quanto chiarito nella circolare n. 48/E del 2007, allo scopo di evitare
salti d’imposta ai fini delle imposte sui redditi.

L’apporto di beni in un trust ai fini delle imposte sui redditi sconta un trattamento differenziato che varia in funzione
della natura del disponente, imprenditore o non imprenditore e della
tipologia di bene trasferito.

Nel caso di disponente imprenditore, l’apporto di beni
relativi all’impresa (beni merce,
beni strumentali, beni patrimoniali) configura un trasferimento per finalità
estranee all’impresa. Ciò comporta per il disponente imprenditore il conseguimento di componenti positivi di
reddito da assoggettare a tassazione secondo le disposizioni del Testo unico delle imposte
sui redditi approvato
con d.P.R. 22 dicembre 1986,
n. 917 (Tuir), nonché l’assoggettamento ad IVA ai sensi
dell’articolo 2, secondo comma, n. 5, del d.P.R. 26 ottobre
1972, n. 633.

In particolare, il trasferimento di beni merce comporta il
conseguimento di un ricavo
d’esercizio ai sensi dell’articolo 85, comma 2, del Tuir da quantificare sulla base del valore normale
ai sensi dell’articolo 9 del Tuir.

Il trasferimento di beni diversi
da quelli che generano ricavi (beni strumentali, beni patrimoniali dell’impresa), invece, genera plusvalenze o minusvalenze
rilevanti ai fini della determinazione del reddito d’impresa ai sensi degli articoli 58, 86
e 87 del Tuir.

Anche in tali fattispecie il valore da prendere a riferimento per il calcolo
della plusvalenza è il valore normale di cui al citato
articolo 9 del Tuir.

Nel caso di apporto al trust
di beni diversi da quelli relativi all’impresa, in assenza di corrispettivo, non si genera
materia imponibile, ai fini della imposizione sui redditi,
in capo al disponente
non imprenditore in capo al trust, sempreché
lo stesso non si qualifichi commerciale.

Tuttavia, nel caso di apporto di attività finanziarie, il
trasferimento del bene in un rapporto diverso
da quello di provenienza può costituire un’ipotesi fiscalmente realizzativa per
espressa disposizione normativa. In particolare, se oggetto di trasferimento sono titoli detenuti
nell’ambito di un rapporto amministrato o gestito di cui agli articoli 6 e 7 del decreto
legislativo 21 novembre
1997, n. 461, il trasferimento si considera effettuato a titolo oneroso9. Altre fattispecie di ipotesi fiscalmente realizzative previste espressamente da disposizioni
normative sono rinvenibili, ad esempio, anche nei casi disciplinati dall’articolo 26-quinquies, comma 6, del decreto Presidente della Repubblica 29 settembre
1973, n. 600, nonché dall’articolo 3, comma 5, del decreto
legislativo 1° aprile 1996, n.
239.

 

3.    
Disciplina ai fini delle imposte
sui redditi

 

Come anticipato, la legge finanziaria 2007 ha contribuito
a colmare, seppur parzialmente, l’assenza
di una disciplina fiscale specifica
nell’ordinamento tributario
nazionale in materia di trust,
intervenendo sull’articolo 73, comma 1, lettere
b), c) e d) del Tuir e stabilendo che i trust
(residenti o non residenti) sono inclusi tra i soggetti
passivi dell’imposta sul reddito
delle società (IRES)10.

In tal modo è stata riconosciuta al trust autonoma soggettività tributaria. In particolare, ai fini della determinazione del reddito del trust rilevano in Italia:

per i trust residenti
nel territorio dello Stato che hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività commerciali, in quanto enti commerciali ai sensi della lettera b),
comma 1, dell’articolo 73 del Tuir, tutti i redditi ovunque prodotti;

per i trust residenti
nel territorio dello Stato che non hanno per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività
commerciali, in quanto
enti non commerciali ai sensi della lettera
c), comma 1, dell’articolo 73 del Tuir,
tutti i redditi ovunque
prodotti;

per i trust non
residenti, i soli redditi prodotti nel territorio dello Stato, in quanto
enti non residenti ai sensi della lettera d), comma 1, dell’articolo 73 del Tuir, salvo le seguenti ipotesi:

beneficiario “individuato” residente
(cfr. par. n. 3.1. Trust trasparente residente e non residente); e

beneficiario residente di trust opaco stabilito in Paesi a fiscalità privilegiata (cfr. par. 3.3 Trust opaco estero).

Nelle ultime due ipotesi citate (casi in cui si applica, rispettivamente, l’articolo 73, comma 2, del Tuir per i trust
trasparenti non residenti e l’articolo 44, comma
1, lettera g-sexies), del Tuir per le
attribuzioni da parte di trust opachi stabiliti in Stati aventi un regime
fiscale privilegiato con riferimento ai redditi da essi prodotti) nei confronti del beneficiario residente (ai fini
della imputazione o dell’attribuzione) rileva il reddito
complessivamente prodotto dal trust non residente riferibile al beneficiario,
indipendentemente dal rispetto del requisito di territorialità di cui all’articolo 23 del Tuir, superando il
chiarimento fornito nel paragrafo 4.1 della
circolare n. 48/E del 2007.

Ai fini della individuazione del regime fiscale
applicabile al reddito, inoltre, per effetto
di quanto previsto
dall’ultimo periodo del comma 2 dell’articolo 73 del Tuir, si distinguono due tipologie di trust:

trust trasparente”,
ovvero trust con beneficiario di
reddito “individuato”, il cui reddito è tassato in capo al
beneficiario, mediante “imputazione” per trasparenza
e applicando le regole proprie di tassazione di tale soggetto beneficiario;

“trust opaco”, ovvero
trust senza beneficiario di reddito “individuato”, il cui reddito è tassato in capo
al trust quale soggetto
passivo IRES.

Ai fini della determinazione del reddito prodotto dal trust (sia opaco che trasparente) si applicano le regole fiscali previste in base alla natura,
commerciale o non commerciale dell’attività svolta dal trust11. In particolare:

nel caso di trust (opaco
o trasparente) residente nel territorio dello Stato12 che ha per oggetto esclusivo
o principale l’esercizio di attività commerciale, il reddito è determinato secondo le regole previste per i
soggetti IRES che esercitano attività commerciale;

nel caso di trust (opaco
o trasparente) residente nel territorio dello Stato13 che non ha per oggetto
esclusivo o principale l’esercizio di attività
commerciale, il reddito
è determinato secondo
le regole previste
per gli enti non commerciali ai sensi dell’articolo 143 del Tuir, secondo cui «Il reddito complessivo degli enti non commerciali
di cui alla lettera c) del comma 1 dell’articolo
73 è formato dai redditi fondiari, di capitale, di impresa e diversi, ovunque prodotti e quale ne sia
la destinazione, ad esclusione di quelli esenti
dall’imposta e di quelli soggetti
a ritenuta alla fonte a titolo di imposta o ad imposta
sostitutiva
».

nel caso di trust (opaco
o trasparente) non residente che ha per oggetto esclusivo o principale l’esercizio di attività
commerciale, il reddito
prodotto in Italia è
determinato ai sensi
dell’articolo 151 del Tuir;

nel caso di trust (opaco
o trasparente) non residente che non ha per oggetto
esclusivo o principale l’esercizio di attività
commerciale, il reddito
prodotto in Italia è
determinato ai sensi dell’articolo
153 del Tuir.

Nel caso di trust trasparente, come anticipato, il reddito ovunque
conseguito è assoggettato a tassazione per trasparenza in capo al beneficiario (residente) come reddito di capitale ai sensi dell’articolo 44, comma 1, lettera g-sexies), del Tuir.

Qualora il beneficiario sia una persona
fisica, tale reddito,
imputato «in proporzione alla quota di partecipazione individuata nell’atto di
costituzione del trust o in altri
documenti successivi ovvero, in mancanza, in parti uguali
»14, concorre alla formazione del reddito
complessivo che è tassato con le aliquote progressive Irpef.

Ai sensi della richiamata lettera g-sexies), del Tuir, già in vigore prima delle modifiche in commento, infatti, sono
considerati redditi di capitale «i redditi imputati al beneficiario di trust ai sensi
dell’articolo 73, comma 2, anche se non residenti
».

In base a tale disposizione15, in caso di trust trasparente il reddito imputato al beneficiario residente è tassato come
reddito di capitale, a prescindere dalla circostanza che il
trust sia o meno residente in Italia.

Al riguardo, come chiarito nella richiamata circolare
n. 61/E, l’espressione

«anche se non
residenti
» non può che intendersi riferita ai trust, posto che la finalità
della norma è quella di rendere il beneficiario residente “individuato soggetto passivo
con riferimento a tutti i redditi allo stesso imputati
derivanti dalle attività del trust,
a prescindere dalla residenza di quest’ultimo.

Resta fermo che se il reddito imputato sia stato prodotto
dal trust in Italia ed ivi già tassato ai sensi dell’articolo 73
del Tuir, lo stesso non sconterà ulteriore imposizione in capo al beneficiario residente.

Pertanto, qualora il reddito prodotto
dal trust abbia già scontato una tassazione
a titolo d’imposta o di imposta sostitutiva, detto reddito non concorre alla formazione della base imponibile fino
a concorrenza del reddito già tassato, neanche
in caso di imputazione per trasparenza, in capo al beneficiario individuato.

Esempio n. 1

Un trust trasparente
non commerciale realizza una plusvalenza derivante dalla cessione di una partecipazione che viene assoggettata ad imposta sostitutiva nella misura del 26 per cento, ai sensi dell’articolo 5 del d.lgs.
n. 461 del 1997.

In applicazione dell’articolo 143 del Tuir, tale plusvalenza non concorre alla
formazione del reddito
complessivo del trust e, conseguentemente, non è imputabile in capo al beneficiario “individuato”.

Sulla base dei medesimi principi, i redditi conseguiti e
correttamente tassati in capo ad un trust prima dell’individuazione dei
beneficiari, allorquando il trust risultava “opaco” non possono scontare
una nuova imposizione in capo a questi ultimi
a seguito della loro distribuzione16. Per le ragioni illustrate al
paragrafo 3.2.1, qualora
invece il trust opaco
si qualifichi come ente commerciale, le distribuzioni ai
beneficiari, successivamente individuati, sono imponibili ai sensi dell’articolo 44, comma 1, lettera e), del Tuir.

 

3.1 Trust trasparente residente e non residente

 

Nel caso di trust trasparente (vale a dire trust con
beneficiario individuato”) il reddito prodotto dal trust
è “imputato” al beneficiario “in ogni
caso
”, cioè indipendentemente dalla “effettiva percezione”, secondo un criterio di imputazione per trasparenza e, conseguentemente, tali redditi sono assoggettati ad imposizione in capo al beneficiario
individuato17.

A tali fini, come chiarito
dalla citata circolare
n. 48/E del 2007, per beneficiario individuato” è da
intendersi il beneficiario di “reddito
individuato
”, vale a dire il soggetto che esprime, rispetto a quel
reddito, una capacità contributiva effettiva. È necessario, quindi,
che il “beneficiario” sia puntualmente “individuato”
e
che risulti titolare del diritto di pretendere dal trustee l’assegnazione di quella
parte di reddito
che gli viene imputata per trasparenza.

Conseguentemente, l’attribuzione effettiva al beneficiario
individuato del reddito già tassato per imputazione in capo allo stesso non sarà imponibile dal momento che si tratta del medesimo reddito.

Analogamente, se il reddito conseguito dal trust fruisce di un regime di non imponibilità o di esenzione
previsto dalla normativa, la relativa attribuzione effettiva al beneficiario non luogo a tassazione in capo a quest’ultimo.

Esempio n. 2

Un trust trasparente non commerciale, con beneficiario persona
fisica, realizza una
plusvalenza derivante dalla cessione di un immobile detenuto da più di 5 anni.

In applicazione dell’articolo 143 del Tuir, la plusvalenza
non concorre alla formazione del reddito
complessivo del trust e,
conseguentemente, il reddito così determinato è imputato per trasparenza al beneficiario.

Inoltre, tale plusvalenza non avrà rilevanza
reddituale nemmeno al momento dell’attribuzione effettiva del relativo
ammontare al beneficiario. Tale conclusione è coerente con l’assimilazione del
trattamento fiscale dei redditi realizzati da un trust non commerciale
a quello previsto per le persone fisiche, considerato che, con riferimento al caso di specie, il beneficiario avrebbe
realizzato una plusvalenza non imponibile
qualora avesse ceduto l’immobile direttamente.

Come anticipato nel paragrafo precedente, il reddito imputato
al beneficiario residente è imponibile in Italia in capo
allo stesso quale reddito di capitale a prescindere
dalla circostanza che il trust sia o
meno residente in Italia e che il reddito sia stato prodotto o meno nel territorio
dello Stato.

Ai fini della determinazione del reddito del trust trasparente non residente da imputare al beneficiario occorre
tener conto delle regole previste
dalla legislazione fiscale
dello Stato in cui il trust è residente
o stabilito.

 

3.2 Trust opaco residente

 

Nel caso di trust
opaco
residente nel territorio dello Stato, ovvero di trust in cui il
beneficiario non sia “individuato
nei termini sopra esposti, l’imposizione dei redditi da questo
prodotto avviene nei confronti del trust stesso.

Come anticipato, il reddito prodotto dal trust opaco è assoggettato ad IRES in capo al trust, in quanto autonomo soggetto passivo di imposta, applicando
le regole fiscali previste in base
alla natura “commerciale” o “non commerciale dell’attività svolta dal trust.

 

3.2.1 Trust opaco commerciale

Nel caso in cui il trust
opaco si qualifichi come “commerciale”,
il reddito va determinato applicando
le regole previste dagli articoli 81 e seguenti del Tuir in materia di reddito d’impresa, ivi inclusa la disciplina in materia
di plusvalenze esenti (articolo
87) e di dividendi (articolo
89). Ne deriva che, in caso di distribuzione
del reddito ai beneficiari “non individuati”, si rende applicabile l’articolo 44, comma 1, lettera e), del Tuir, che prevede la tassazione come reddito di capitale degli utili derivanti dalla
partecipazione al patrimonio anche di enti, diversi
dalle società, assoggettati ad IRES, tra i quali rientrano i trust. Tale impostazione risponde anche a ragioni di ordine
logico-sistematico, laddove il trattamento
fiscale dei redditi generati nell’ambito di un trust commerciale non differisce da quello riservato alle
distribuzioni di utili da parte di soggetti IRES e risulta coerente con la circostanza che all’atto della
distribuzione si configura (almeno in
quel momento) un diritto patrimoniale sugli utili generati dal trust commerciale. Coerentemente con tale impostazione, si ritiene che alle distribuzioni effettuate a favore dei
beneficiari si applichi anche la presunzione
legale di cui all’articolo 47, comma 1, del Tuir, in base alla quale,
ove nel patrimonio del trust siano presenti sia riserve di utili che di capitali,
si considerano prioritariamente distribuite le riserve
di utili, a prescindere dalla natura della riserva cui il trustee abbia
imputato le somme distribuite ai beneficiari.

In relazione a tali distribuzioni, il trust opaco commerciale residente assume il ruolo di sostituto d’imposta, tenuto ad effettuare la
ritenuta alla fonte nella misura del 26 per cento sui redditi distribuiti ai beneficiari persone
fisiche, ai sensi
dell’articolo 27, comma
1, del d.P.R. 29 settembre
1973, n. 600.

Qualora un trust opaco
commerciale
, prima della
pubblicazione del presente
documento di prassi,
abbia effettuato distribuzioni senza l’applicazione della suddetta ritenuta, può procedere, ai
sensi dell’articolo 10, comma 3, dello Statuto
dei diritti del contribuente, al versamento dell’importo dovuto,
maggiorato dei relativi interessi
legali e senza applicazione delle sanzioni, tenuto conto che, nel caso specifico,
ricorrono condizioni di obiettiva
incertezza.

 

3.2.2 Trust opaco non
commerciale

Nel caso in cui il trust
si qualifichi come ente “non
commerciale
”, la base imponibile del reddito del trust,
cui applicare l’aliquota IRES, deve essere determinata
ai sensi del richiamato articolo 143 del Tuir. Tuttavia, diversamente dal caso di trust opaco avente natura
commerciale, rimangono validi i chiarimenti
resi nella circolare n. 48/E del 2007, tenuto conto del fatto che il
trust opaco non commerciale,
determinando i propri redditi imponibili in virtù dell’applicazione dell’articolo 143 del Tuir, determina il reddito imponibile con le medesime
categorie reddituali e in applicazione delle medesime regole previste per le persone
fisiche con la conseguenza che un’ulteriore eventuale
tassazione al momento
della distribuzione darebbe
luogo a un’ulteriore (ingiustificata) tassazione in capo al beneficiario.

 

3.3 Trust opaco estero

In generale, il trust
opaco estero è soggetto passivo in Italia per i soli redditi prodotti nel territorio dello Stato, ai
sensi degli articoli 151 e 153 del Tuir e, ordinariamente, la relativa “attribuzione” al beneficiario non luogo
a tassazione in capo allo stesso.

Tuttavia, come espressamente disciplinato dalla lettera g-sexies) del comma 1 dell’articolo 44 del Tuir, nel caso di trust opaco stabilito in Stati e
territori che, con riferimento al
trattamento dei redditi prodotti dal trust,
si considerano a fiscalità privilegiata ai sensi dell’articolo 47-bis del
Tuir, le “attribuzioni” a soggetti residenti in Italia (anche se non “beneficiari individuati18),
assumono rilevanza reddituale in capo agli stessi.

In particolare, la richiamata lettera g-sexies) , modificata dalla lettera a) del comma 1 dell’articolo 13 del decreto, prevede
che costituiscono redditi
di capitale anche «i redditi corrisposti a residenti italiani da trust e istituti aventi
analogo contenuto, stabiliti in Stati
e territori che con riferimento ai redditi prodotti dal trust si considerano a fiscalità privilegiata ai sensi
dell’articolo 47-bis, anche qualora i percipienti residenti
non possano essere considerati beneficiari individuati ai sensi
dell’articolo 73
».

Pertanto, se il trust
opaco è stabilito in uno Stato o territorio che, con riferimento ai redditi
ivi prodotti, integra
un livello di tassazione inferiore
alla metà di quello applicabile in Italia, in
coerenza con l’interpretazione fornita già con la citata circolare 61/E del 2010, le “attribuzioni” di reddito da
parte del trust al beneficiario
(anche se non “individuato”) sono
assoggettate ad imposizione in capo
allo
stesso beneficiario come reddito di capitale e in base al criterio di cassa (“… redditi corrisposti …”).

In tal caso, infatti, alla tassazione ridotta in capo al trust estero corrisponde, comunque, l’imposizione in capo al
beneficiario residente per le attribuzioni da
parte del trust.

Tale posizione interpretativa e la novella legislativa di
cui all’articolo 44 del Tuir, trovano fondamento nella circostanza che
trattasi di redditi che non subiscono
una tassazione congrua nella giurisdizione di stabilimento del trust prima di essere attribuiti ai soggetti residenti in Italia.

Le “attribuzioni” al beneficiario residente sono
assoggettate ad imposizione in Italia
sulla base del criterio di cassa che regola, in genere, la tassazione dei redditi
di capitale, a differenza delle “attribuzioni” di trust
trasparenti
per le quali
come detto vale il criterio
di imputazione.

Allo scopo di evitare aggiramenti della disciplina in
ragione del mero dato formale, o nominalistico, il legislatore
ha esteso la medesima disciplina anche
agli istituti che in sostanza
incorporano le caratteristiche proprie dei trust, richiamando espressamente anche gli «istituti aventi analogo
contenuto
» al trust.

Al riguardo, si precisa che per individuare quali siano
gli istituti aventi contenuto analogo
si deve fare riferimento agli elementi essenziali e caratterizzanti dell’istituto del trust con
un esame da effettuare caso per caso.

Tali disposizioni si applicano alla generalità dei trust opachi esteri “stabiliti” in
predetti Stati o territori che si considerano a fiscalità privilegiata ai sensi dell’articolo 47-bis del Tuir.

Al riguardo, appare
opportuno sottolineare che il rinvio
all’articolo 47-bis del Tuir ha il fine di fornire una modalità di individuazione dei regimi fiscali
applicati ai trust esteri nei Paesi di stabilimento che prefigurano un regime fiscale
privilegiato.

Peraltro, la disposizione in questione prevede
chiaramente che gli Stati esteri,
sono considerati o meno a fiscalità privilegiata con esclusivo riferimento al trattamento dei redditi prodotti
dal trust ivi residente. Quindi, l’elemento che viene preso
in considerazione, ai fini dell’applicazione della lettera g-sexies), è il trattamento fiscale del trust.

Tenuto conto che le disposizioni dell’articolo 47-bis del Tuir sono riferibili a partecipazioni in
società, le stesse si rendono applicabili nell’ambito in questione solo in quanto
compatibili.

Pertanto, l’individuazione dei trust opachi esteri che godono di un regime fiscale privilegiato deve essere operata
sulla base delle indicazioni contenute nella lettera b) del comma 1 dell’articolo 47-bis del Tuir19, secondo cui,
come sopra accennato, con riferimento al trattamento dei redditi prodotti
del trust, si considerano a fiscalità privilegiata gli Stati e territori, per i quali «il livello
nominale di tassazione risulti inferiore al 50 per cento di quello applicabile
in Italia
», considerando, anche i «regimi speciali
che non siano applicabili strutturalmente alla generalità dei soggetti svolgenti
analoga attività dell’impresa o dell’ente partecipato che risultino fruibili soltanto in
funzione delle specifiche caratteristiche
soggettive o temporali del beneficiario e che, pur non incidendo direttamente sull’aliquota, prevedano esenzioni
o altre riduzioni della base imponibile
idonee a ridurre il prelievo nominale al di sotto del predetto limite e sempreché, nel caso in cui il regime
speciale riguardi solo particolari aspetti dell’attività
economica complessivamente svolta dal soggetto estero, l’attività ricompresa nell’ambito di applicazione del
regime speciale risulti prevalente, in termini di ricavi ordinari, rispetto alle altre
attività svolte dal citato soggetto
».

Ne consegue che il reddito di un trust opaco corrisposto ad un soggetto italiano è sempre considerato imponibile in Italia, ai sensi
della lettera g-sexies) del comma 1 dell’articolo 44 del Tuir, qualora il livello nominale
di tassazione dei redditi prodotti
dal trust sia inferiore al 50 di quello applicabile in Italia. In tali casi si
deve tener conto anche di eventuali regimi speciali applicabili al trust che, pur non incidendo direttamente sull’aliquota, prevedano esenzioni o
altre riduzioni della base imponibile idonee
a ridurre il prelievo nominale.

A tal fine, occorre confrontare il livello nominale di
tassazione del reddito prodotto dal trust nell’ordinamento fiscale
nel quale il trust è stabilito, al momento di produzione del reddito, con l’aliquota Ires vigente nel medesimo periodo
d’imposta, indipendentemente dalla natura commerciale o meno del trust.

Per i trust non
commerciali che producono esclusivamente redditi di natura finanziaria, occorre confrontare il
livello nominale di tassazione del Paese ove è
stabilito il trust non
residente con quello applicabile in Italia sui redditi di natura finanziaria soggetti alle imposte
sostitutive o alle ritenute alla fonte a titolo di imposta vigenti nel periodo d’imposta assunto ai fini del
confronto (generalmente nella misura
del 26 per cento), facendo sempre riferimento al momento della produzione del reddito distribuzione.

Sulla base di quanto stabilito al comma 2 dell’articolo 47-bis del
Tuir, che fa riferimento alla detenzione diretta o
indiretta di “partecipazioni” in
un’impresa o altro ente, non è applicabile il successivo comma 3 secondo
cui il contribuente può interpellare, ai sensi dell’articolo 11,
comma 1, lettera b) della legge 27
luglio 2000, n. 212 (cd. interpello probatorio), l’Amministrazione.

Tale ultima disposizione prevede che il contribuente può interpellare l’amministrazione per ottenere una risposta riguardante fattispecie concrete e personali relativamente a «la sussistenza delle condizioni e la
valutazione della idoneità degli
elementi probatori richiesti dalla legge per l’adozione di specifici regimi fiscali nei casi espressamente previsti
».

Come chiarito nella circolare 1° aprile 2016, n. 9/E, con
la locuzione «nei casi espressamente previsti» il legislatore, scegliendo un
approccio fondato sulla tassatività
dei casi, ha previsto la possibilità di ricorrere all’interpello probatorio nelle sole ipotesi, e per i soli soggetti,
per i quali tale facoltà sia espressamente riconosciuta
mediante l’espresso richiamo dell’articolo 11, comma 1, lettera b) della legge n. 212 del 2000.

Per quanto concerne il termine “stabiliti” utilizzato dal legislatore, si rileva che, in generale, lo stesso deve essere
inteso con riferimento alla giurisdizione di
residenza del trust in base
alle relative regole, quale risultante al momento della attribuzione” al
beneficiario residente, fermo restando che il reddito distribuito sia stato tassato in capo al trust, al momento della produzione, nel
rispetto del livello minimo di tassazione previsto dal citato
articolo 47-bis del Tuir.

Qualora il criterio
ivi utilizzato sia quello della sede di amministrazione ed il trust si consideri stabilito (rectius, fiscalmente residente) nel Paese in cui il trustee ha la propria residenza fiscale, in
presenza di due co-trustee, di cui
uno residente in uno Stato o Paese
appartenente all’Unione europea o aderente allo Spazio economico europeo (SEE)
e uno stabilito in un Paese a fiscalità privilegiata, ai fini della individuazione della
residenza (per l’applicazione dell’articolo 44, comma
1, lettera g-sexies) occorre far riferimento allo
Stato dove il trust è effettivamente assoggettato ad imposizione.

Analoghe considerazioni devono essere svolte nel caso in cui il criterio utilizzato
sia quello dell’oggetto principale. Detto criterio è strettamente legato alla
tipologia di trust (o analoghe istituzioni). Se l’oggetto del trust (beni vincolati nel trust) è dato da un patrimonio immobiliare situato interamente in Italia, l’individuazione della residenza è
agevole; se invece i beni immobili sono situati in Stati diversi occorre fare riferimento al criterio della
prevalenza. Nel caso di patrimoni
mobiliari o misti, l’oggetto dovrà essere identificato con l’effettiva e concreta attività esercitata, essendo a
tal fine irrilevante la residenza del trustee ovvero dei beneficiari. In altri
termini, lo stabilimento (rectius,
residenza) in uno Stato membro dell’Unione europea
o aderente allo SEE, individuato nella prospettiva
italiana sulla base dei criteri di cui all’articolo 73 del Tuir, non è in grado di
disattivare l’applicazione della lettera
g-sexies), nella ipotesi in
cui il
trust, in
virtù della norma interna di tale Stato oppure della eventuale convenzione per evitare le doppie imposizioni da esso
sottoscritta con uno Stato o territorio a fiscalità privilegiata, risulti residente in quest’ultimo Stato.

Nel caso in cui il trust non sia considerato fiscalmente residente in uno Stato, secondo
la legislazione di detto Stato,
nonostante l’attività di amministrazione del trust sia ivi prevalentemente
effettuata, ai fini dell’applicazione della norma in oggetto, il trust deve
comunque considerarsi “stabilito” in quel Paese (ad es. i trust

«resident but not
domiciled»
) qualora i redditi prodotti dal trust non subiscano in tale Paese alcuna imposizione in capo al trust in capo agli eventuali
beneficiari residenti Italia.

Detta circostanza si può verificare, a titolo esemplificativo, con riferimento a trust, con più co-trustee,
stabiliti nel Regno Unito. In tal caso, qualora il disponente
non sia ivi residente né
domiciliato (al momento della costituzione del trust e di eventuali
apporti successivi) e vi sia almeno un trustee
non residente o non domiciliato
nel Regno Unito, i co-trustee (“single deemed person”) non sono considerati come ivi residenti, a
prescindere dalla circostanza che vi sia una
maggioranza di trustee inglesi
o che l’amministrazione del trust venga
effettuata nel Regno Unito. Di
conseguenza questa tipologia di trust,
pur avendo la sede dell’amministrazione nel Regno Unito,
gode, in detto Paese dei vantaggi fiscali riservati ai trust offshore.

Analoghe considerazioni
valgono anche nel caso in cui il trust sia
considerato
stabilito in uno
Stato UE o SEE, se beneficia di un regime fiscale (di esenzione) previsto
per i trust offshore
(es. i trust stabiliti a Cipro).

 

3.4 L’interposizione del Trust

 

Nell’ipotesi in cui un trust
è interposto formalmente nella titolarità di beni o attività (cosiddetta “interposizione fittizia”), il reddito di
cui “appare titolare” il trust è assoggettato ad imposizione, per “imputazione”, direttamente in capo all’interponente residente in Italia
secondo le categorie previste dall’articolo 6 del Tuir (sia esso il disponente o il beneficiario), considerando
il trust quale soggetto interposto.

L’interposizione del trust,
ai fini della tassazione del reddito dallo stesso prodotto, fa venir meno l’applicazione delle regole fiscali
illustrate nei paragrafi precedenti con riferimento
al trust sia opaco che trasparente.

In particolare, le attribuzioni effettuate dal trust interposto non generano redditi imponibili per il beneficiario
(anche se diverso dall’interponente)20, anche se il trust è
istituito in un Paese a fiscalità privilegiata, a condizione che e nella misura in cui tali attribuzioni derivino da redditi
che, in ragione dell’interposizione del trust,
sono già stati assoggettati ad imposizione direttamente in capo all’interponente residente in Italia
secondo le categorie previste dall’articolo 6 del Tuir.

Coerentemente con quanto appena illustrato, nell’ipotesi di decesso
del soggetto disponente,
tenuto conto della interposizione del trust
tra i beni e i diritti che compongono l’attivo ereditario di cui all’articolo 8 del decreto legislativo 31 ottobre 1990, n. 346 sono inclusi
anche quelli formalmente nella titolarità del trust,
qualificato come interposto.

 

3.5 Determinazione dei redditi di capitale ai sensi dell’articolo 44 comma 1 lettera g-sexies)

 

Ai fini della determinazione del reddito di capitale da assoggettare a tassazioni
in capo al beneficiario (anche non “individuato”), il decreto ha inoltre introdotto una presunzione legale relativa con la finalità
di assicurare l’imposizione dei redditi anche nel caso
in cui il beneficiario della “attribuzione” non
riceva dal trustee elementi idonei ad
individuare la parte imponibile come reddito di capitale
dell’attribuzione ricevuta.

In particolare, il comma 4-quater all’articolo 45 del Tuir21 prevede che

«Qualora in
relazione alle attribuzioni di trust esteri, nonché di istituti aventi analogo contenuto, a beneficiari residenti
in Italia, non sia possibile distinguere tra redditi
e patrimonio, l’intero
ammontare percepito costituisce reddito
».

La norma detta una presunzione relativa, con la finalità di assicurare l’imposizione anche nel caso in cui il
beneficiario della “attribuzione” effettuata
dal trust opaco estero
stabilito in giurisdizioni a fiscalità privilegiata non riceva dal trustee elementi idonei ad individuare la parte imponibile della stessa.

Con riferimento all’ambito soggettivo di applicazione, sebbene la disposizione operi un generico riferimento
ai “trust esteri”, si ritiene che la
stessa si applichi, in linea di
principio, ai trust opachi stabiliti
in giurisdizioni a fiscalità privilegiata in quanto:

la relazione illustrativa nella parte in cui chiarisce
che la modifica risolve

«il problema
inerente i redditi provenienti da trust opachi esteri per i quali spesso i beneficiari italiani si
dicono impossibilitati a distinguere la parte
delle attribuzioni riferibile al patrimonio del trust rispetto
a quelle riferibili al reddito»;

sotto il profilo
sistematico, come precisato
al paragrafo 2.3, le attribuzioni da parte di trust opachi
esteri a beneficiari residenti, ordinariamente, non danno luogo a tassazione in capo agli stessi.

Come anticipato in premessa, infatti, il decreto ha inteso prevedere regole puntuali sul trattamento dei redditi
corrisposti da tali trust opachi
stabiliti in giurisdizioni a fiscalità privilegiata, prevedendo l’inclusione delle relative attribuzioni” tra
i redditi di capitale di cui alla lettera g-sexies) e introducendo la presunzione relativa
con il comma 4-quater.

L’applicazione della disposizione implica che sia operata
una distinzione tra la quota
di attribuzione riferibile:

al “patrimonio”, costituito dalla dotazione patrimoniale
iniziale ed ogni eventuale successivo
“trasferimento” effettuato dal disponente (o da terzi) a favore del trust;

e quella,

al “reddito”, costituito da ogni provento conseguito dal trust, compresi i redditi eventualmente reinvestiti o capitalizzati nel trust
stesso.

Ai fini della applicazione della presunzione, occorre
rideterminare il reddito secondo la normativa fiscale
italiana.

Pertanto, l’intero ammontare percepito costituisce reddito
di capitale per il beneficiario
residente in Italia qualora non emerga, da apposita documentazione contabile
ed extracontabile (ad esempio,
a titolo meramente
esemplificativo, rendicontazioni bancarie,
finanziarie, ecc.) del trustee, la distinzione fra il “patrimonio” e il “reddito”, come sopra
definiti.

A tal fine, il trustee
deve mantenere una contabilità analitica che distingua la quota/attribuzione riferibile al valore dei beni in trust al momento del conferimento iniziale, al netto di eventuali
attribuzioni di patrimonio effettuate a favore dei beneficiari, dalla quota riferibile ai redditi realizzati di
anno in anno, al netto di eventuali attribuzioni a favore dei beneficiari.

L’eventuale distinzione, tra reddito e patrimonio, operata
dalle delibere di distribuzione del trust,
deve essere in ogni caso supportata dalla documentazione contabile del trust.

Ad esempio, nel caso di distribuzione del provento derivante dalla vendita di un bene, conferito in trust dal disponente, costituisce reddito la parte eccedente
il costo o valore di acquisto
del bene come risultante dalla documentazione contabile.
Da ultimo si ricorda che, anche con riferimento ai redditi attribuiti
da trust opachi stabiliti in giurisdizioni a fiscalità privilegiata da assoggettare ad imposizione nei confronti dei beneficiari residenti
deve essere ricompresa la generalità dei redditi prodotti
dal trust ovunque nel mondo e, che, qualora siano oggetto
di attribuzione redditi di fonte italiana percepiti
dal trust e già tassati nei suoi confronti
in Italia, gli stessi non sono oggetto
di imposizione nei confronti del beneficiario residente al quale sono attribuiti22.

 

4 Disciplina ai fini delle
imposte indirette

 

4.1 Quadro di riferimento

 

Con riferimento all’imposizione indiretta, con l’articolo 2, commi da 47 a 49 del decreto legge 3 ottobre 2006, n. 26223, il legislatore, nel ripristinare l’imposta
sulle successioni e donazioni, ne ha previsto l’applicazione anche per gli «atti di trasferimento a titolo gratuito
di beni e la costituzione di vincoli di destinazione
». Come evidenziato con la circolare
n. 3/E del 2008, tra i vincoli di destinazione rientra anche la costituzione di trust”, che si caratterizza in quanto comporta
la segregazione dei beni del settlor in un patrimonio separato
gestito dal trustee.

Per tale ragione,
l’apporto di beni nel trust (o la costituzione del vincolo di destinazione che ne è l’effetto) va assoggettato
all’imposta sulle successioni e donazioni in misura proporzionale (cfr. circolari n. 48/E
del 2007 e n. 3/E cit.).

Nei medesimi di documenti di prassi, è stato evidenziato, inoltre, che «Il trust
si sostanzia in un rapporto
giuridico complesso che ha un’unica
causa fiduciaria. Tutte
le vicende del trust (istituzione, dotazione patrimoniale, gestione,
realizzazione dell’interesse del beneficiario, il raggiungimento dello
scopo) sono collegate dalla medesima
causa. Ciò induce a ritenere che la costituzione del vincolo di destinazione avvenga sin dall’origine a favore del beneficiario (naturalmente
nei trust
con beneficiario) e sia espressione
dell’unico
disegno volto a
consentire la realizzazione dell’attribuzione liberale
». Conseguentemente,
in base alla suddetta prassi
è stato affermato
che:

l’atto istitutivo, con cui il disponente esprime la
volontà di istituire il trust, laddove non contempli anche la
segregazione di beni, è assoggettato a imposta di registro in misura fissa;

l’atto dispositivo, con cui il disponente vincola
i beni in trust, è soggetto ad imposta
sulle successioni e donazioni in misura proporzionale dell’otto per cento
(fatte salve aliquote
diversificate e le franchigie in considerazione del rapporto di parentela tra disponente e beneficiario, al momento della segregazione),
mentre il trasferimento dei beni ai beneficiari non realizza, ai fini dell’imposta sulle successioni e donazioni, un presupposto impositivo e l’eventuale incremento del patrimonio del trust non è soggetto alla medesima imposta, al momento della devoluzione;

Per ciò che concerne, invece, le operazioni di gestione
compiute dal trustee durante la vita del trust (quali, ad esempio, eventuali atti
di acquisto o di vendita di beni),
esse sono soggette ad autonoma imposizione, secondo la natura e gli effetti giuridici che le caratterizzano,
da esaminare volta per volta con riferimento
al caso concreto.

Trovano altresì applicazione, sussistendone i presupposti, le imposte ipotecaria e catastale, in misura
proporzionale, rispettivamente per la formalità di trascrizione di atti aventi
ad oggetto beni immobili o diritti
reali immobiliari e per la
voltura catastale dei medesimi atti, in forza del decreto
legislativo 31 ottobre
1990, n. 347.

 

4.2 Evoluzione della giurisprudenza di legittimità

 

Con riferimento all’applicazione dell’imposta sulle
successioni e donazioni in misura
proporzionale sugli atti di apporto di beni e diritti in trust da parte del disponente, si è generato
nel tempo un rilevante contenzioso.

La Corte di Cassazione, in una prima fase, ha condiviso la posizione interpretativa dell’Amministrazione finanziaria.

In particolare, la Suprema Corte, con le note ordinanze 24 febbraio 2015,
nn. 3735 e 3737 e 25
febbraio 2015, n. 3886, ha riconosciuto legittima l’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni in misura proporzionale all’atto dell’apporto
di beni e diritti in trust affermando
che detta imposta «è istituita non già sui trasferimenti di beni e diritti a
causa della costituzione di vincoli di destinazione,
come, invece, accade per le successioni e le donazioni, in relazione alle quali è espressamente evocato
il nesso causale:
l’imposta è istituita
direttamente, ed in sé, sulla costituzione dei vincoli
».

Tale posizione è stata confermata anche con la successiva
ordinanza 18 marzo 2015, n. 5322 e
con la sentenza 7 marzo 2016, n. 4482, ove la Suprema Corte ha affermato il principio
di diritto, secondo cui «La costituzione
di un vincolo di
destinazione su beni (nel caso di specie attraverso l’istituzione di un trust), costituisce – di per sé ed anche
quando non sia individuabile uno specifico
beneficiario – autonomo presupposto impositivo in forza della L. n. 286
del 2006, art. 2, comma 47, che
assoggetta tali atti, in mancanza di disposizioni di segno contrario, ad un onere fiscale parametrato
sui criteri di cui alla imposta sulle successioni e donazioni
».

I giudici sono pervenuti alle predette conclusioni osservando che «la dizione
letterale della norma e la sua evoluzione nel complesso processo di
elaborazione normativa che è sfociato
nella attuale dizione
della L. n. 286 del 2006, art. 2,
comma 47, evidenzia che
[…]
l’imposta è istituita non già sui trasferimenti di beni e diritti a causa della costituzione di vincoli di destinazione, come, invece, accade
per le successioni e le donazioni, in relazione alle quali è
espressamente evocato il nesso
causale: l’imposta è istituita direttamente, ed in sé, sulla costituzione dei vincoli
», evitando, conseguentemente,
il rinvio (o l’esclusione) della tassazione sine die.

In seguito, la Corte di Cassazione ha espresso un
orientamento non univoco, con
sentenze sovente contenenti motivazioni non risolutive (spesso, peraltro, la Suprema
Corte ha affermato la necessità di esaminare caso per caso poiché

«un’indiscriminata imponibilità degli atti costitutivi di vincoli di destinazione non appare
espressione di una ragionevole discrezionalità, non arbitrio, (…) del legislatore
»).

In tale ambito, si rinvengono anche alcune pronunce nelle
quali la Suprema Corte, procedendo ad
una rivisitazione della posizione inizialmente espressa, ha affermato che «l’unica imposta espressamente istituita è stata la reintrodotta imposta sulle successioni e sulle
donazioni alla quale per ulteriore espressa disposizione
debbono andare anche assoggettati i «vincoli di destinazione», con la conseguenza che il presupposto
dell’imposta rimane quello stabilito dall’art. 1 d.lgs. n. 346 cit. del reale trasferimento di beni o diritti
e quindi del reale arricchimento
dei beneficiari
» (cfr. Corte di
Cassazione 30 maggio 2018, n. 13626).

Infine, i giudici di legittimità sono giunti ad un
radicale mutamento di orientamento, rispetto alla posizione inizialmente espressa.

In particolare, negli arresti più recenti in materia, la
Corte di Cassazione, ripercorrendo nelle motivazioni la complessa evoluzione della vicenda, ha ritenuto di confermare l’interpretazione secondo
la quale – essendo la «costituzione di vincoli di destinazione» assoggettata
alla reintrodotta imposta sulle successioni e
donazioni – occorre tenere conto, ai fini della tassazione, del
presupposto stabilito per tale
imposta dal d.lgs. n. 346 del 1990, che impone la sussistenza «del reale
trasferimento di beni o diritti
e quindi del reale arricchimento dei beneficiari
», con ciò abbandonando la tesi iniziale
della creazione di un autonomo presupposto impositivo.

A tal fine, la dotazione di beni e diritti in trust non integra di per sé un trasferimento imponibile bensì rappresenta
un atto generalmente neutro, che non
luogo ad un trapasso di ricchezza suscettibile di imposizione indiretta, per
cui si deve fare riferimento non già alla indeterminata nozione di «utilità economica, della quale il costituente, destinando, dispone» (cfr. ordinanza n. 3886 del 2015, cit.), ma a quella di
effettivo incremento patrimoniale del beneficiario (cfr. ordinanze 30 ottobre 2020, nn. 24153 e 24154)24.

Le medesime conclusioni sono state espresse anche nella
giurisprudenza di legittimità
successiva25.

 

4.3 Recepimento dell’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione

 

Alla luce dell’indirizzo assunto dalla Suprema Corte, che
viene recepito in questa sede, devono
ritenersi superate le indicazioni fornite con i sopra richiamati documenti di prassi, posti alla base
dell’attività impositiva e del contenzioso, con riferimento agli atti di dotazione di beni in trust, specificamente contenuti nella circolare
n. 48/E del 2007 ai paragrafi 5.2, 5.3
e 5.5.

In merito, occorre
precisare che la giurisprudenza di legittimità sopra richiamata
non concerne le operazioni di gestione compiute dal trustee durante la vita
del trust, che – come evidenziato in
precedenza – sono soggette ad autonoma imposizione,
secondo la natura e gli effetti giuridici che le caratterizzano, da esaminare
volta per volta con riferimento al caso concreto.

Nei successivi paragrafi, si illustra, pertanto,
il trattamento tributario
ai fini dell’imposizione indiretta
delle diverse tipologie
di atti concernenti i trust.

 

4.4 Tassazione ai fini delle imposte indirette

 

4.4.1 Istituzione del trust

L’atto istitutivo con cui il disponente esprime
la volontà di costituire il trust,
se redatto con atto pubblico o con scrittura privata autenticata, è
assoggettato all’imposta di registro
in misura fissa ai sensi dell’articolo 11 della Tariffa, parte prima, del decreto del Presidente della
Repubblica 26 aprile 1986, n. 131, anche quando nel medesimo
atto venga disposta la dotazione patrimoniale al trust.

 

4.4.2 Dotazione dei beni in trust

La medesima tassazione si applica anche agli atti con cui
il disponente dota il trust di
beni, vincolandoli agli scopi del trust.
Infatti, in linea
con l’orientamento espresso dalla Corte di Cassazione, tale
atto «non determina effetti traslativi perché
non ne comporta l’attribuzione definitiva allo stesso (trustee), che è tenuto
solo ad amministrarlo e a custodirlo, in regime di segregazione
patrimoniale, in vista di un suo
ritrasferimento ai beneficiari del trust»
(cfr. Corte di Cassazione, sentenza n. 8082 del 2020).

Pertanto, ai predetti atti, se redatti con atto pubblico o
con scrittura privata autenticata,
sarà applicata l’imposta di registro in misura fissa ai sensi del sopra citato
articolo 11 della
Tariffa, parte prima,
del d.P.R. n. 131 del 1986.

Al riguardo, si osserva che, alla luce delle caratteristiche essenziali dell’istituto
come sopra delineate, la dotazione di beni in trust può comportare la decadenza dalle agevolazioni fiscali
ai fini delle imposte indirette
fruite dal disponente e collegate al mantenimento
dei beni per un determinato intervallo temporale
(ad esempio, agevolazione c.d. “prima
casa
” in relazione ad immobile acquistato
dal disponente da meno di cinque anni, ai sensi della Nota II-bis all’articolo 1 della Tariffa,
Parte prima, allegata
al d.P.R. n. 131 del 1986).

 

4.4.3 Attribuzione dei beni ai beneficiari

Gli atti con cui vengono
attribuiti i beni vincolati in trust ai beneficiari realizzano il presupposto impositivo dell’imposta sulle successioni e donazioni.

Secondo quanto affermato dalla giurisprudenza di legittimità, infatti,
la

«costituzione del
vincolo di destinazione»
26 non integra un autonomo presupposto ai fini dell’imposta sulle successioni e
donazioni, ma è necessario che si realizzi un trasferimento effettivo di ricchezza
mediante un’attribuzione patrimoniale stabile e non meramente strumentale.

Nel trust, tale
trasferimento imponibile si realizza solo all’atto «di eventuale attribuzione
del bene al beneficiario, a compimento e realizzazione del trust medesimo»
(cfr. sentenza n. 8082 del 2020, cit.).

In ordine all’individuazione del momento in cui si realizza l’effettivo trasferimento di ricchezza
mediante un’attribuzione “stabile” dei beni confluiti
nel trust a favore
del beneficiario, occorre
far riferimento anche alle clausole
statutarie che disciplinano il concreto assetto
degli interessi patrimoniali e giuridici dell’istituto in esame. In particolare, è necessario analizzare puntualmente le clausole contenute nell’atto istitutivo e nello Statuto del trust o emergenti da ulteriori
documenti.

Detta attribuzione stabile, infatti, in linea generale, si
verifica all’atto di attribuzione dei
beni, formale o meno, dal trustee al
beneficiario, ma potrebbe essere rinvenibile anche già all’atto
di costituzione o di dotazione
del trust, nell’ipotesi in
cui i beneficiari individuati (o individuabili) siano titolari di diritti pieni ed esigibili, non subordinati alla
discrezionalità del trustee o del
disponente, tali da consentire loro l’arricchimento e l’ampliamento della propria sfera giuridico-patrimoniale già al momento dell’istituzione del trust.

Si tratta di ipotesi in cui i beneficiari nominativamente o, comunque, inequivocabilmente individuati (o
individuabili) abbiano il diritto di ottenere dal trustee, in qualunque
momento, sulla base delle clausole dell’atto istitutivo e di eventuali
ulteriori disposizioni, il trasferimento di quanto spettante.

 

In altri termini,
tali diritti determinano un arricchimento in capo al beneficiario
in conseguenza dell’atto istitutivo o della devoluzione patrimoniale del trust,
integrando il presupposto impositivo nel senso delineato dall’orientamento della Corte di Cassazione,
con applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni
all’atto di costituzione o di dotazione del trust.

Potrebbe rientrare nella descritta ipotesi il trust in cui al beneficiario viene attribuito il diritto a ricevere dal trustee un bene, ad esempio un dato
immobile o una somma di denaro
richiesta, oppure il diritto a ricevere una rendita
periodica.

Tale soluzione è coerente
con le disposizioni dell’articolo 20 del d.P.R. n. 131
del 1986 che prevede che «L’imposta è applicata secondo […] gli effetti giuridici dell’atto presentato alla registrazione […]».

Resta in ogni caso impregiudicato il potere dell’Amministrazione finanziaria di verificare in concreto l’effettivo trasferimento dei beni e
dei diritti a favore del beneficiario nei termini sopra indicati.

 

4.4.4 Liquidazione dell’imposta

Ai fini della liquidazione dell’imposta, si conferma in
questa sede quanto chiarito nella circolare n. 48/E del 2007 secondo
cui il trust è un rapporto
giuridico complesso con
un’unica causa fiduciaria e tutte le vicende del trust (istituzione, dotazione
patrimoniale, gestione, realizzazione dell’interesse del beneficiario, il raggiungimento dello scopo) sono collegate
alla medesima causa.

Pertanto, le aliquote
e le franchigie, previste all’articolo 2, commi 48 e 49 del decreto
legge n. 262 del 2006, sono individuate, all’atto della attribuzione dei beni, sulla
base del rapporto di parentela intercorrente tra il disponente e il beneficiario.

Al riguardo:

nel caso in cui il beneficiario è il coniuge o un parente
in linea retta del disponente, al valore del bene attribuito viene applicata l’aliquota del 4%, e una franchigia pari a 1.000.000 di euro;

nel caso in cui i beneficiari sono fratelli e sorelle del beneficiario, l’aliquota applicabile è quella del 6% e la franchigia
è pari a 100.000 euro;

nel caso in cui i beneficiari sono altri parenti fino al quarto grado, affini
in linea retta o affini
in linea collaterale fino al terzo grado l’aliquota è del 6% e non è prevista nessuna franchigia;
nel caso in cui i beneficiari sono altri soggetti l’aliquota applicabile è quella dell’8%.

Ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni, trattandosi di una fattispecie di
donazione definibile “a formazione progressiva”, con cui il disponente provvederà ad arricchire i beneficiari per mezzo del programma negoziale
attuato tramite il trustee, i requisiti della territorialità individuati dall’articolo 2 del d.lgs. n.
346 del 1990, ovvero la residenza del disponente
e la localizzazione dei beni apportati, devono essere verificati all’atto di apporto dei beni al trust,
momento in cui si verifica
l’effettivo “spossessamento” dei beni da parte del disponente per effetto della segregazione.

 

4.4.5 Liquidazione dell’imposta in relazione ad
attribuzioni effettuate da Trust già esistenti

La configurazione del trust come un rapporto giuridico
complesso con un’unica
causa fiduciaria e quale donazione
definibile “a formazione progressiva”, oltre a rilevare per l’individuazione delle aliquote
e delle franchigie, assume rilievo
anche ai fini della
liquidazione delle imposte
a fronte di attribuzioni relative
a trust già esistenti, che hanno scontato
l’imposta sulle successioni e donazioni all’atto
di costituzione o di dotazione del trust medesimo.

In particolare, tenuto conto dell’affidamento dei contribuenti che, adeguandosi
alla precedente prassi amministrativa, abbiano liquidato e versato imposte
al momento della costituzione o del conferimento di beni o diritti al trust,
si ritiene che i predetti versamenti possano essere considerati a titolo
definitivo, senza necessità di effettuare ulteriori
liquidazioni all’atto di successive attribuzioni a favore del beneficiario. Tale “esaurimento” della fattispecie
vale a condizione che dette attribuzioni abbiano ad oggetto:

i medesimi beneficiari;

i medesimi beni e diritti
sulla base dei quali è stata effettuata la liquidazione e il versamento delle relative imposte
in sede di costituzione del trust o di dotazione dei beni o diritti allo stesso.

 

Resta fermo che in tali ipotesi, non procedendosi alla riliquidazione dell’imposta, non è possibile effettuare
il rimborso delle imposte già versate in sede
di apporto (iniziale o successivo) dei beni o diritti al trust, anche laddove
la base imponibile calcolata al
momento delle successive attribuzioni ai beneficiari dovesse risultare inferiore a quella assoggettata a tassazione
iniziale (ad esempio in ragione
del diverso operare
delle franchigie pro-tempore vigenti).

Diversamente, laddove l’attribuzione successiva avvenisse
nei confronti di un beneficiario
diverso ovvero avesse ad oggetto beni o diritti diversi da quelli conferiti e tassati, non si configurerebbe
una fattispecie di “rapporto esaurito”. Resta tuttavia
ferma, in tali casi, la possibilità di considerare le imposte già versate in sede di apporto al trust, a scomputo dell’eventuale imposta
dovuta al momento della futura
attribuzione.

Del pari, non si configura un fenomeno di “rapporto esaurito”
nel caso in cui il contribuente decida di non avvalersi
degli effetti derivanti dall’esaurimento del
rapporto e presenti istanza di rimborso, in presenza dei presupposti,
nei termini previsti dall’articolo 60 del d.lgs. n. 346 del 1990 decorrenti dal versamento.

Per chiarire quanto sopra illustrato, si pensi ad esempio,
all’ipotesi in cui un determinato immobile
è stato inizialmente apportato al trust,
con la individuazione puntuale del futuro “beneficiario” dell’attribuzione (ad es. il figlio
del disponente): all’atto
della futura attribuzione di tale bene immobile al figlio, non si procede
alla riliquidazione e al versamento di ulteriore imposta.
Diversamente, non è riconducibile
a tale ipotesi quella di attribuzione al figlio medesimo di un bene diverso (ad esempio, l’immobile apportato
è stato venduto dal trustee e sono
state acquistate partecipazioni o
altri beni immobili, poi oggetto di attribuzione). In tal caso, in applicazione del descritto
criterio di carattere generale, occorrerà ridurre l’imposta dovuta al momento della futura attribuzione dell’ammontare corrispondente all’imposta già versata al momento dell’apporto al trust.

In ogni caso, qualora l’atto di attribuzione di beni al
beneficiario dia luogo ad ulteriore
liquidazione d’imposta rispetto a quella assolta precedentemente, il trustee dovrà presentare apposita denuncia, come previsto dall’articolo 19 del d.P.R. n. 131 del 1986.

 

4.4.6 Esenzioni, agevolazioni e determinazione del valore
dei beni

L’eventuale spettanza di esenzioni e/o agevolazioni in
capo ai beneficiari in relazione
alle attribuzioni potrà essere valutata, di volta in volta, sulla base della presenza
dei relativi presupposti.

Ad esempio, nell’ipotesi di attribuzione al beneficiario di un bene immobile, quest’ultimo potrà richiedere l’applicazione dell’agevolazione c.d. “prima
casa” ai sensi dell’articolo 69, comma 3, della legge 21 novembre
2000, n. 342, in presenza
dei relativi presupposti.

Detta disposizione prevede che «le imposte
ipotecaria e catastale sono applicate
nella misura fissa per i trasferimenti della proprietà di case di abitazione non di lusso
» (attualmente per le
case di abitazione di categoria catastale diversa da A1, A8 e A9) e per la
costituzione e il trasferimento di diritti immobiliari relativi
alle stesse, derivanti da successioni e donazioni, «[] quando, in capo al beneficiario,
ovvero in caso di pluralità di beneficiari, in capo ad almeno uno di essi, sussistano i requisiti e le
condizioni previste in materia di acquisto della prima abitazione dall’articolo 1, comma 1, quinto periodo, della
Tariffa, Parte prima, allegata al
testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro, approvato con DPR 26 aprile 1986,
n. 131
».

Il successivo comma 4 dello stesso articolo
69 dispone che «le dichiarazioni di cui alla nota II-bis dell’articolo 1
della Tariffa, Parte prima,
[] sono rese
dall’interessato nella dichiarazione di successione o nell’atto di donazione
».

Si ritiene che la volontà di fruire delle agevolazioni
deve essere manifestata dal richiedente con una dichiarazione resa nell’atto di attribuzione (cfr. circolare 7 maggio 2001, n. 44).

Si fa presente, al riguardo, che in relazione
alle norme di esenzione o agevolazione
fruite dal beneficiario in sede di attribuzione, che prevedono il mantenimento di determinati requisiti per
un dato intervallo temporale, il termine iniziale decorre
dall’attribuzione medesima.

Con riferimento alla determinazione del valore dei beni, vincolati
in trust e trasferiti ai beneficiari, si precisa che, ai sensi
dell’articolo 2, comma 49 del decreto
legge
n. 262 del 2006, l’imposta sulle successioni e donazioni è determinata applicando le aliquote previste
al «valore globale dei beni e dei diritti
al netto degli
oneri da cui è gravato il beneficiario diversi da quelli indicati
all’articolo 58, comma 1 del citato
testo unico di cui al d.lgs.
31 ottobre 1990, n. 346)»
.

L’articolo 56 del d.lgs. n. 346 del 1990 stabilisce che il
predetto valore dei beni e dei
diritti è determinato a norma degli articoli da 14 a 19 e dell’articolo 34, commi 3, 4 e 5 del medesimo
decreto.

Al riguardo, si chiarisce che il valore dei beni dovrà
essere determinato in base alle
specifiche disposizioni sopra richiamate, a seconda del tipo di bene trasferito, con riferimento alla data dell’atto
con il quale viene effettuato il trasferimento.

Ad esempio, nell’ipotesi di attribuzione di un immobile,
la base imponibile sarà determinata
assumendo il valore venale in comune commercio alla data del relativo
atto (cfr. articolo 14, comma 1, lettera a), d.lgs.
n. 346 del 1990).

Nel caso in cui, ad esempio, l’attribuzione abbia ad oggetto
azioni, obbligazioni, altri
titoli e quote sociali quotati in borsa o negoziati nel mercato ristretto, la relativa base imponibile
sarà determinata assumendo la media dei prezzi
di compenso o dei prezzi determinati nell’ultimo trimestre anteriore alla data dell’atto di attribuzione (cfr. articolo 16, comma 1, lettera a), d.lgs. n. 346 del 1990); nel caso in cui, invece, ad
essere attribuiti sono azioni o titoli o quote di partecipazioni al capitale non quotate in borsa, né negoziati
nel mercato ristretto, o quote di
società non azionarie, la base imponibile viene determinata assumendo il valore proporzionalmente corrispondente al valore,
alla data dell’atto
di attribuzione, del
patrimonio netto dell’ente o della società risultante dall’ultimo bilancio
pubblicato (articolo 16, comma 1, lett. b, d.lgs.
n. 346 del 1990).

 

4.4.7 Operazioni effettuate durante la vita del trust

Per ciò che concerne le operazioni di gestione compiute
dal trustee durante la vita del trust (quali, ad esempio, eventuali atti di acquisto o di vendita
di beni), esse sono soggette ad autonoma imposizione, secondo la natura 
e gli effetti giuridici che le caratterizzano, da esaminare volta per volta
con riferimento al caso concreto.

Ad esempio, nel caso in cui il trustee proceda all’acquisto di un immobile a titolo oneroso, il relativo atto sarà
soggetto alle disposizioni ordinarie in materia di imposta di registro, tenendo conto delle caratteristiche
essenziali dell’istituto come sopra
delineate, ovvero che i beni del trust,
pur intestati a nome del trustee, costituiscono una massa distinta
e non fanno parte del patrimonio dello
stesso, che è tenuto ad amministrare, gestire o
disporre beni secondo i termini del trust,
con obbligo di renderne conto.

Si ritiene, pertanto,
che, in via generale, non possa trovare
applicazione a tali acquisti il criterio di determinazione della base imponibile c.d. del “prezzo-valore” di cui all’articolo 1, comma 497, della legge 23 dicembre
2005, n. 266, né le agevolazioni previste per le persone fisiche.

 

4.4.8 Sostituzione del trustee

Nell’arco della durata di un trust, può accadere che il trustee
cessi dal suo ufficio per vari
motivi tra cui la rinuncia, la revoca, la decadenza, la scadenza di termini,
la sopravvenuta incapacità o altre cause individuate nell’atto
istitutivo.

In tal caso sarà necessario provvedere alla sua
sostituzione, nominando un nuovo trustee che
assumerà l’amministrazione e la gestione,
secondo le disposizioni stabilite nello statuto.

Alla luce dell’attuale orientamento della giurisprudenza
di legittimità, che individua nei
soli trasferimenti di beni ai beneficiari il presupposto applicativo delle imposte sulle successioni e donazioni, si osserva che l’atto con cui si effettua la sostituzione del trustee non realizza tale presupposto ai fini dell’applicazione dell’imposta sulle successioni e donazioni.

Si tratta, in effetti, di
un mero avvicendamento nelle vicende gestorie del trust
alla stregua
delle modifiche statutarie e amministrative di una società e, quindi, privo di un contenuto patrimoniale.

Tali atti di sostituzione del trustee, se redatti con atto pubblico
o con scrittura privata autenticata, saranno assoggettati all’imposta di registro in misura fissa in
quanto «non aventi per oggetto
prestazioni a carattere
patrimoniale
»27.

Analogamente, saranno assoggettati all’imposta di registro
in misura fissa,
se redatti con atto pubblico
o con scrittura privata autenticata, gli atti di eventuale nomina di un ulteriore trustee o
guardiano.

 

4.4.9 Imposte ipotecaria e catastale

Le modalità di applicazione delle imposte ipotecaria e catastale alla fattispecie dei trust,
in mancanza di specifiche disposizioni, sono stabilite dal d.lgs. n. 347 del 1990.

Tali imposte sono dovute, rispettivamente, per le
formalità di trascrizione di atti
che importano trasferimento di proprietà di beni immobili o costituzione o trasferimento di diritti reali immobiliari
e per le volture catastali conseguenti ai medesimi atti.

Al riguardo, secondo il consolidato orientamento della
giurisprudenza di legittimità in materia di trust sopra richiamato, gli atti di dotazione dei beni in trust comportano trasferimenti di beni meramente strumentali e finalizzati al solo compimento degli scopi del trust e non si traducono in effettivi
trasferimenti di ricchezza dal
disponente al trustee, non
determinando effetti traslativi. L’effettivo
trasferimento di ricchezza mediante un’attribuzione patrimoniale stabile, nel trust, si realizza
solo all’atto di attribuzione del bene al beneficiario.

Ciò posto, le formalità e le volture catastali eseguite in
dipendenza degli atti con cui il disponente effettua la dotazione
di beni immobili o diritti
reali immobiliari al trust, al momento della costituzione del
vincolo, sono soggette alle imposte ipotecaria e catastale in misura
fissa28.

Analogamente, le imposte
ipotecarie e catastali
in misura fissa saranno
dovute nell’ipotesi di formalità e volture catastali eseguite per effetto
dell’atto di sostituzione del trustee.

Le formalità e le volture
catastali eseguite in dipendenza di atti di attribuzione dei beni immobili
o diritti reali immobiliari vincolati
in trust ai beneficiari, realizzando l’effettivo trasferimento dei beni in questione,
sono soggette, invece, alle imposte
ipotecaria e catastale in misura proporzionale29.

 

4.5 Atti formati
all’estero

 

Ferme restando le
conclusioni dei paragrafi precedenti relative alla tassazione
dei trust ai
fini delle imposte
indirette, che restano
valide anche per gli atti relativi ai trust
esteri in presenza dei presupposti per l’applicabilità dell’imposta sulle successioni e donazioni e delle imposte
ipotecaria e catastale, con riferimento agli
atti di attribuzione di patrimonio posti in essere
da trust esteri che risultano formati
all’estero, gli stessi sono soggetti ad obbligo di registrazione nei
casi previsti dall’articolo 2, comma 1, lettera d), del d.P.R. n. 131 del 1986, ovvero
quando

«comportano
trasferimento della proprietà ovvero costituzione o trasferimento di altri diritti reali, anche di garanzia,
su beni immobili o aziende esistenti nel territorio dello Stato
».

Altra ipotesi in cui è previsto l’obbligo di registrazione
per gli atti formati all’estero è
data dal comma 1-bis dell’articolo 55
del d.lgs. n. 346 del 1990 che dispone
la registrazione in termine fisso per «gli
atti aventi ad oggetto donazioni, dirette
o indirette, formati all’estero nei confronti di beneficiari residenti nello Stato».

Pertanto, si ritiene
che l’atto di costituzione dei beni in trust formato all’estero vada assoggettato a registrazione in termine fisso, in misura
fissa30, trattandosi di una donazione definibile a formazione progressiva in cui il disponente provvederà ad arricchire i beneficiari per mezzo del programma negoziale
attuato tramite il trustee. Tale obbligo di registrazione non contrasta con la
circostanza che l’imposta sulle successioni e donazioni, come chiarito nei paragrafi precedenti, verrà applicata solo
al momento dell’effettiva attribuzione dei beni ai
beneficiari.

Con riguardo agli obblighi di registrazione, ai fini dell’applicabilità dell’imposta sulle successioni e donazioni è necessario
richiamare l’articolo 45, comma 4-quater del Tuir che dispone che «Qualora in relazione alle attribuzioni di trust esteri, nonché di istituti
aventi analogo contenuto, a beneficiari residenti in Italia, non sia possibile distinguere tra redditi
e patrimonio, l’intero
ammontare percepito costituisce reddito
».

Al riguardo, fermi restando i chiarimenti dei paragrafi precedenti in relazione all’applicazione della norma citata e, in particolare, alle modalità con cui distinguere la quota riferibile al
patrimonio da quella riferibile al reddito, alle predette attribuzioni di patrimonio è applicabile l’imposta
sulle successioni e donazioni, ai
sensi dell’art. 2, comma 47 del decreto legge n. 262 del 2006, sussistendone i relativi presupposti.

Pertanto, in applicazione dell’art. 2 del d.lgs. n. 346 del 1990, nel caso in cui il disponente del trust sia residente in Italia, agli atti di attribuzioni di
patrimonio sarà applicabile l’imposta
proporzionale sulle successioni e donazioni, anche se i beni patrimoniali trasferiti siano esistenti all’estero.

Nel caso in cui il disponente non risieda in Italia, la
predetta imposta sulle attribuzioni
dei beni patrimoniali sarà applicata limitatamente ai beni e ai diritti esistenti
nel territorio dello Stato.

 

4.6 Attribuzioni ai beneficiari
“senza formalità”

 

Nel caso in cui il trustee effettui le attribuzioni “senza formalità” (ad esempio, nel caso di versamento di somme tramite
bonifico bancario oppure di
delibere di attribuzione del trust attestante l’importo erogato), ai fini della liquidazione
dell’imposta sulle successioni e donazioni, il soggetto beneficiario destinatario di tali attribuzioni
provvederà alla registrazione delle stesse, secondo quanto previsto dal comma 3 dell’articolo 56-bis del d.lgs. 346 del 1990 che prevede, infatti, che «le liberalità di cui al comma 1 possono
essere registrate volontariamente, ai sensi dell’articolo 8 del testo unico delle disposizioni concernenti l’imposta di registro
[…]. In tale caso si applica l’imposta con le aliquote
indicate all’articolo 56
».

Le liberalità richiamate
al comma 1 sono quelle diverse «dalle donazioni»
e

«da quelle
risultanti da atti di donazione
effettuati all’estero a favore di residenti
».

Con le circolari 11 agosto 2015, n. 30/E e 16 novembre
2000, n. 207 è stato chiarito che la
predetta disposizione, introdotta dall’articolo 69 della legge n. 342 del 2000, ha previsto un particolare
trattamento per le liberalità indirette, ossia
quegli atti di disposizione non formalizzati in atti pubblici, che
perseguono le stesse finalità
delle donazioni tipiche.

Inoltre, con la medesima circolare n. 30/E del 2015 è
stato chiarito che nel caso della registrazione volontaria in discussione, il rinvio operato
nell’articolo 56- bis
alle aliquote di cui all’articolo 56 (disposizione espressamente abrogata
dal decreto legge n. 262 del 2006) debba essere inteso alle nuove aliquote
e franchigie introdotte dall’articolo 2, comma 49, del medesimo decreto
legge n. 262.

Con riferimento alle attribuzioni ai beneficiari “senza formalità”, richiamando anche la giurisprudenza di legittimità più recente (Corte di Cassazione, sentenza n. 11831 del 12
aprile 2022), in tema di accertamento delle liberalità indirette
ai fini dell’imposta sulle donazioni
trova certamente applicazione l’articolo 56-bis, comma 3, del d.lgs. n. 346 del
1990, ponendo in capo al beneficiario
del trust l’onere di provvedere alla
registrazione volontaria dell’attribuzione
patrimoniale, con la conseguenza che ricade su quest’ultimo il dovere di provvedere al versamento dell’imposta dovuta.

Ciò consentirebbe, tra l’altro, all’Amministrazione
finanziaria di conoscere l’eventuale franchigia precedentemente fruita dal contribuente-beneficiario.

Altrimenti, si rende
applicabile il comma 2 dell’articolo 56-bis del
d.lgs. n. 346 del 1990 con riferimento all’accertamento delle liberalità indirette, ove ne ricorrano i presupposti (cfr. circolare n. 30/E del 2015; ordinanza 9 dicembre 2020,
n. 28047).

Il richiamo all’articolo 56-bis del citato d.lgs. n. 346 del 1990 è inoltre coerente con la distinzione tra
distribuzioni reddituali (non soggette all’imposta sulle donazioni) e attribuzioni di natura patrimoniale non
formalizzate in atti soggetti a registrazione (formate
dalla dotazione originaria del capitale incrementata dai successivi apporti).

Essendo la disposizione di cui all’articolo 45, comma 4-quater, del Tuir valevole secondo una interpretazione logico-sistematica a tutte le tipologie di trust residenti e non residenti, qualora il
contribuente beneficiario dell’attribuzione sia in grado di distinguere la quota riferibile al capitale rispetto
al reddito anche per i periodi d’imposta
pregressi, sulla base delle informazioni disponibili fornitegli dal trustee, si potrà procedere alla
registrazione volontaria della quota del fondo in trust riferibile al
capitale con l’applicazione delle
aliquote e delle franchigie previste
in ragione del rapporto di parentela fra disponente e beneficiario. In tal caso la registrazione volontaria
anticipata esclude l’applicazione dell’imposta di donazione al momento della effettiva devoluzione del capitale al beneficiario.

 

4.7 Trust c.d. “liquidatori” e “di garanzia”

 

Come accennato, nella pratica si riscontrano diverse
tipologie di trust tra le quali rivestono interesse i cosiddetti trust di “scopo” nei quali, diversamente
da quelli c.d. “familiari”, istituiti
per lo più con finalità successorie, mancano i
soggetti beneficiari delle attribuzioni che possano essere considerati
destinatari di un effettivo
arricchimento patrimoniale definitivo, in quanto i beni segregati nel trust
sono utilizzati dal trustee per
realizzare lo scopo del trust, non
coincidente con l’attribuzione dei beni ai beneficiari.

Tra questi, si riscontrano i trust di garanzia” e i trust liquidatori” istituiti, ad esempio,
al fine di garantire o estinguere un debito del disponente nei confronti
dei propri creditori o dei creditori della società dallo stesso partecipata.

Anche in       tali     ipotesi,         valgono        le       stesse considerazioni
espresse precedentemente con riferimento agli atti istitutivi e agli atti di dotazione
del trust.

In particolare, come anche ribadito
di recente dalla Corte di Cassazione nella recente
sentenza n. 410 del 10 gennaio 2022, «L’orientamento
al quale questa Corte di legittimità
è da ultimo pervenuta (Cass. n. 1131 del 2019 cit.; Cass. n19167/2019; Cass. n.16699/2019) è, invece,
in grado di dare conto
delle diverse forme di trust, apprestando una soluzione
che deve ritenersi estensibile a tutte le diverse
forme di manifestazione. In ogni tipologia di trust, dunque, l’imposta proporzionale non andrà anticipata né
all’atto istitutivo, né a quello di dotazione,
bensì riferita a quello di sua attuazione e compimento mediante
trasferimento finale del bene al beneficiario».

In particolare, «nell’ipotesi del trust liquidatorio non si dubita della effettività del trasferimento al trustee
dei beni da liquidare, ma ciò non esclude che tale trasferimento sia mero veicolo
tanto dell’effetto di segregazione quanto
di quello di destinazione. Ancora una volta, dunque, si tratterà di
individuare e tassare gli atti
traslativi propriamente detti (che sono quelli di liquidazione del patrimonio immobiliare di cui il
trust
sia stato dotato), non potendo assurgere
ad espressione di ricchezza
imponibile, né l’assegnazione-dotazione di taluni beni alla liquidazione del trustee in funzione solutoria e nemmeno,
in tal caso, la ripartizione del
ricavato ai beneficiari a dovuta soddisfazione dei loro crediti. Si tratta, in conclusione, di risoluzione che
può ricondurre ad unità anche quegli indirizzi che, pur condivisibilmente discostandosi dall’originaria posizione
interpretativa di cui in Cass. nn. 3735, 3737, 3886, 5322 del 2015 cit.,
hanno tuttavia ritenuto di dover
mantenere dei distinguo in relazione fattispecie di trust reputate
peculiari ed in qualche modo divergenti dal paradigma convenzionale».

Pertanto, si ritiene
che anche nel caso del trust di scopo di tipo “liquidatorio” o di “garanzia”, l’atto istitutivo e
l’atto di dotazione saranno soggetti all’imposta di registro in misura fissa,
nonché alle imposte
ipotecaria e catastale
sempre in misura fissa, nel
caso sussistano i relativi presupposti 31, analogamente a quanto già in precedenza chiarito.

Invero, in applicazione degli articoli 20 e 43, comma 1, lettera f) del d.P.R. n. 131 del 1986 e 6 della Tariffa, Parte prima,
allegata al medesimo d.P.R., nell’ipotesi
del trust c.d.
di garanzia, all’atto
istitutivo troverà applicazione  l’imposta
di registro in relazione
alle “garanzie reali e personali a favore
di terzi, se non richieste dalla
legge
” nella misura dello 0,50 per cento assumendo quale base imponibile la somma garantita.

Successivamente al momento istitutivo, le operazioni di
gestione compiute dal trustee durante la vita del trust, al fine di realizzarne gli scopi
(quali, ad esempio, eventuali atti di
acquisto o di vendita di beni) saranno soggette ad autonoma imposizione, secondo
la natura e gli effetti
giuridici che le caratterizzano,
da esaminare volta per volta con riferimento al caso concreto.

Infine, gli atti con cui verranno poste in essere le
attribuzioni del patrimonio da parte
del trustee verranno valutati
anch’essi caso per caso, sulla base dei connessi effetti giuridici.

Ad esempio, nel caso dei trust c.d. “liquidatori” potrebbero verificarsi i presupposti per l’applicazione dell’imposta di donazione, in via marginale
o residuale, se dopo la liquidazione dei beni segregati
nel trust (ad esempio,
immobili e/o partecipazioni) ed il pagamento di eventuali debiti del
disponente, una parte del ricavato
della vendita dei beni medesimi
dovesse residuare e l’attribuzione
di tale residuo venisse effettuata a favore di un soggetto terzo, tale da determinare un arricchimento dello
stesso.

Nel caso, invece, di trust
“liquidatorio” in cui disponente e beneficiario coincidano e il ricavato (o il residuo) della vendita dei beni
venga attribuito al disponente
medesimo, l’imposta di donazione non trova applicazione per carenza del presupposto oggettivo di cui all’articolo 1 del d.lgs. n. 346 del 1990 mancando
un trasferimento intersoggettivo di ricchezza.

 

4.8 Trust “Dopo di Noi”

 

Per completezza della trattazione, si procede, di seguito,
ad un esame della delle disposizioni introdotte dalla legge
22 giugno 2016, n. 112, cosiddetta Legge Dopo di Noi”, la quale, nell’intento
più ampio di «favorire il benessere, la
piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità»
tramite la previsione di «misure di
assistenza, cura e protezione nel superiore interesse delle persone con disabilità grave
[…] prive di sostegno familiare
[…] nonché in vista del venir
meno del sostegno
familiare
[…]», ha introdotto, tra l’altro, una disciplina agevolativa per i trust istituiti a favore dei soggetti con disabilità
gravi.

In particolare, l’articolo 6, comma 1 prevede che «I beni e i diritti conferiti in trust […] istituiti in favore delle persone con disabilità grave come definita dall’articolo 3, comma 3, della legge 5
febbraio 1992, n. 104,
[…] sono
esenti dall’imposta sulle
successioni e donazioni prevista dall’articolo 2, commi da 47 a 49 del decreto-legge 3 ottobre 2006, n. 262»
.

Il medesimo articolo
6, al comma 2 dispone
che «Le esenzioni e le agevolazioni di cui al presente articolo
sono ammesse a condizione che il trust
[…] perseguano come finalità esclusiva l’inclusione sociale, la cura e l’assistenza delle persone con disabilità grave,
in favore delle quali sono istituiti
[…]».

Le esenzioni e le agevolazioni disposte nello stesso articolo 6 sono ammesse
se sussistono, congiuntamente le seguenti condizioni previste dal comma 3:

istituzione del trust con
atto pubblico [lettera a)];

individuazione nell’atto istitutivo, in modo chiaro
ed univoco, dei «soggetti
coinvolti
» e dei «rispettivi
ruoli
», dei «bisogni specifici delle
persone con disabilità grave
» nonché delle «attività assistenziali necessarie a garantire
la cura e la soddisfazione dei bisogni delle persone
» assistite [lettera b];

individuazione nell’atto istitutivo degli obblighi e delle modalità
di rendicontazione a carico
del trustee [lettera c];

gli «esclusivi
beneficiari del trust
» sono le persone
con disabilità grave
come definita per legge [lettera
d];

il patrimonio conferito nel trust deve essere destinato «esclusivamente
alla realizzazione delle finalità assistenziali del trust
» [lettera e];

individuazione nell’atto istitutivo
del «soggetto preposto al controllo delle obbligazioni imposte
all’atto dell’istituzione del trust»
(lettera f);

previsione nell’atto
istitutivo del «termine finale della durata del trust […]

nella data della morte della persona con disabilità grave»
(lettera g);

previsione nell’atto istitutivo della «destinazione del patrimonio residuo» (lettera h).

Per le disposizioni effettuate a favore dei fondi speciali
di cui al comma 3 dell’articolo 1 della legge n. 112 del 2016, l’esenzione dall’imposta sulle successioni e donazioni in argomento si applica anche nel caso in cui l’apporto dei beni al trust venga disposto
per mezzo di un atto mortis causa.

Ciò in quanto l’articolo 6 della legge n. 112 del 2016 menziona genericamente i beni e i diritti
«conferiti in trust » senza specificare quali siano gli atti
con cui tali conferimenti debbano essere effettuati e richiama esplicitamente l’articolo 2, commi da 47 a 49 del decreto
legge n. 262 del 2006, che, al comma 47, prevede
che «È istituita l’imposta
sulle successioni e donazioni sui trasferimenti
di beni e diritti per causa di morte, per donazione o a titolo gratuito e sulla costituzione di vincoli di
destinazione, secondo le disposizioni concernenti l’imposta sulle successioni e donazioni di cui al D.Lgs. 31
ottobre 1990, n. 346
[…]», in tal modo riferendosi
indistintamente ai trasferimenti di beni attuati sia mediante atti tra vivi che mortis causa.

I predetti conferimenti di beni e diritti potranno
avvenire anche in maniera frazionata nel corso della vita del trust,
senza che ciò configuri un comportamento contrario alla lettera e/o alla ratio delle
disposizioni in esame.

Si ritiene che, in assenza di specifiche preclusioni da
parte della norma, oggetto del conferimento possa essere anche la sola nuda proprietà
di beni immobili, facendo riferimento alle tabelle di valutazione del diritto di usufrutto in vigore al momento del conferimento, ai
fini dell’attribuzione del valore ai beni conferiti.

Proseguendo nell’esame delle disposizioni dell’articolo 6 della legge n. 112 del 2016, i commi 4 e 5 dell’articolo 6 disciplinano le ipotesi di “retrocessione” al soggetto
disponente dei beni vincolati in trust e
le attribuzioni del patrimonio residuo alla morte del beneficiario disabile grave,
in particolare:

«In caso di
premorienza del beneficiario rispetto ai soggetti che hanno istituito il trust
[…] i trasferimenti di beni e diritti reali a
favore dei suddetti soggetti godono
delle medesime esenzioni dall’imposta sulle successioni
e donazioni di cui al presente articolo e le imposte di registro, ipotecaria e catastale si applicano in misura fissa»
(comma 4);

«Al di fuori dell’ipotesi di cui al comma 4, in caso di morte del beneficiario del trust […] il trasferimento del patrimonio residuo, ai sensi della lettera h) del comma 3 del
presente articolo, è soggetto all’imposta
sulle successioni e donazioni
[…] in
considerazione del rapporto
di parentela o coniugio intercorrente tra disponente, fiduciante e destinatari del patrimonio
residuo
» (comma 5).

Il comma 6 del predetto
articolo 6 dispone,
inoltre, che «Ai trasferimenti di beni e diritti in
favore dei trust ovvero dei fondi speciali di cui al comma 3 dell’articolo 1 ovvero dei vincoli di
destinazione di cui all’articolo 2645-ter del
codice civile, istituiti in favore delle persone con disabilità grave
[…]
le imposte di registro, ipotecaria e catastale si applicano in misura fissa.».

Tale ultima disposizione è innanzitutto riferita al
momento istitutivo del vincolo e agli
atti con cui i beni e i diritti vengono apportati e segregati nel trust dal disponente, esentati
dall’imposta di successione e donazione secondo
il comma 1 del citato articolo 6, a completamento
del quadro agevolativo introdotto dai commi precedenti.

Ciò posto, ferme restando le ulteriori condizioni
richieste dalla legge, si ritiene che il predetto
comma 6 dell’articolo 6 possa rilevare
anche con riferimento alle fattispecie di trasferimento a titolo oneroso
di beni e diritti a favore del trust.

A favore di tale interpretazione depongono sia il dato
testuale dell’articolo 6 della
legge n. 112 del 2016 che richiama genericamente tutti i «trasferimenti di beni e diritti in favore del trust» senza
specificare se si tratti di trasferimenti a titolo gratuito o a titolo oneroso – sia la
ratio della legge in esame «volta a
favorire il benessere, la piena inclusione sociale e l’autonomia delle persone con disabilità
» e che a tal fine «disciplina misure di assistenza, cura e protezione nel superiore interesse delle persone con disabilità
grave
[…] prive di sostegno familiare
[…] nonché in vista del venir meno del sostegno familiare […]» (cfr.
articolo 1 della legge n. 112 del 2016).

Conseguentemente, in assenza
di una esplicita esclusione per gli atti a titolo
oneroso, si ritiene possibile applicare l’agevolazione della misura
fissa sia per l’imposta di registro
che per le imposte ipotecaria e catastale anche agli atti di acquisto
a titolo oneroso
posti in essere dal trustee, nel caso di un trust istituito nel rispetto di tutte le condizioni richieste dalla
legge n. 112 del 2016.

A favore di tale
interpretazione depone la relazione tecnica alla legge n. 112
del 2016 del Ministero
dell’Economia e delle Finanze che stima il risparmio in termini di imposta di registro derivante dalla mancata
applicazione dell’aliquota ordinaria del 9 per cento.

 

5.Obblighi di monitoraggio fiscale

 

Per effetto della
disciplina del monitoraggio fiscale di cui al decreto
legge 28 giugno 1990, n. 167, i soggetti di cui
all’articolo 4 del citato decreto (le persone
fisiche, gli enti non commerciali e le società semplici ed equiparate)
sono tenuti alla compilazione del quadro RW della
propria dichiarazione dei redditi per indicare gli investimenti all’estero e le attività
estere di natura finanziaria suscettibili di produrre redditi
imponibili in Italia.

Tale adempimento deve essere effettuato non soltanto dal
possessore diretto delle attività
di natura finanziaria all’estero, ma anche dai soggetti
che, ai sensi della normativa antiriciclaggio32, risultino
essere i titolari effettivi dei predetti beni.

Per effetto del richiamo contenuto nell’articolo 4 del decreto legge n. 167 del 1990,
pro tempore vigente, fino al periodo
d’imposta 2016, gli obblighi di monitoraggio
fiscale sussistevano in capo ai «titolari
effettivi dell’investimento secondo quanto previsto dall’articolo 1, comma 2,
lettera u), e dall’allegato tecnico
del decreto
legislativo 21 novembre
2007, n. 231
».

In base a tale norma, in caso di entità giuridiche, quali
le fondazioni, e di istituti giuridici, quali i trust, che amministrano o distribuiscono fondi,
per titolare effettivo si intendeva:

la persona fisica o le persone fisiche beneficiarie del 25
per cento o più del patrimonio di
un’entità giuridica, se i futuri beneficiari erano già stati determinati;

la categoria di persone nel cui interesse principale era
istituita o agiva l’entità giuridica, se le persone
fisiche che beneficiavano dell’entità giuridica non erano
ancora state determinate;

la persona fisica o le persone fisiche che esercitavano un
controllo sul 25 per cento o più del patrimonio di un’entità giuridica33.

La disciplina del monitoraggio fiscale34 è
stata oggetto di modifica da parte del decreto legislativo 25 maggio 2017, n. 9035.

Per effetto di tale modifica, dal periodo d’imposta 2017,
sono obbligati alla compilazione del
quadro RW della dichiarazione dei redditi, coloro che «siano titolari effettivi
dell’investimento secondo quanto previsto dall’articolo 1, comma 2, lettera
pp), e dall’articolo 20 del decreto
legislativo 21 novembre
2007, n. 231,
e successive modificazioni
»36.

Il richiamato articolo 1, comma 2, lettera pp), del d.lgs. n. 231 del 2007 qualifica
come titolare effettivo «la persona
fisica o le persone fisiche,
diverse dal cliente, nell’interesse della quale o
delle quali, in ultima istanza, il rapporto continuativo
è instaurato, la prestazione professionale è resa o l’operazione è eseguita
».

Con riferimento all’individuazione dei criteri di determinazione della “titolarità effettiva” di clienti diversi
dalle persone fisiche,
l’articolo 20 del medesimo
decreto legislativo37 non fa esplicito riferimento ai trust.

Per i titolari
effettivi diversi dalle persone fisiche,
in generale, il comma 1 del citato articolo 20, prevede che il
titolare effettivo «coincide con la
persona fisica o le persone fisiche
cui, in ultima istanza, è attribuibile la proprietà diretta o indiretta
dell’ente ovvero il relativo controllo
».

Seppure con riferimento alle persone giuridiche private di
cui al decreto del Presidente della Repubblica 10 febbraio 2000, n. 361, il comma 4 dell’articolo 20, del medesimo
decreto legislativo, individua «come
titolari effettivi: a) i fondatori ove
in vita; b) i beneficiari, quando individuati o facilmente individuabili; c) i titolari
di poteri di rappresentanza legale, direzione e amministrazione
».

Il successivo comma 5, individua
inoltre un criterio
residuale in base al quale

«Qualora
l’applicazione dei criteri di cui ai precedenti commi non consenta di individuare univocamente uno o più
titolari effettivi, il titolare effettivo coincide con la persona fisica o le persone fisiche titolari,
conformemente ai rispettivi assetti organizzativi o statutari, di poteri di rappresentanza legale,
amministrazione o direzione della società o del cliente comunque diverso
dalla persona fisica
».

In relazione agli obblighi della clientela, invece, ai
fini della normativa antiriciclaggio,
l’articolo 22, comma 5, del d.lgs. n. 231 del 2007 con specifico riferimento ai trust stabilisce che «I fiduciari di trust espressi, disciplinati ai sensi
della legge 16 ottobre 1989, n. 364, nonché le persone che esercitano diritti,
poteri e facoltà equivalenti
in istituti giuridici affini, purché stabiliti o residenti sul territorio della Repubblica italiana,
ottengono e detengono
informazioni adeguate,
accurate e aggiornate sulla titolarità effettiva del trust, o dell’istituto giuridico affine, per tali intendendosi
quelle relative all’identità del costituente o
dei costituenti, del fiduciario o dei fiduciari, del guardiano o dei guardiani
ovvero di altra persona per
conto del fiduciario, ove esistenti, dei beneficiari o classe di beneficiari e delle altre persone fisiche
che esercitano il controllo sul trust o sull’istituto
giuridico affine e di qualunque altra persona fisica che esercita, in ultima istanza, il controllo sui beni conferiti
nel trust o nell’istituto giuridico
affine attraverso la proprietà diretta
o indiretta o attraverso altri mezzi
».

L’attuale disciplina in materia di monitoraggio fiscale
rinvia alle disposizioni sopra elencate che non si riferiscono esplicitamente ai trust a differenza di quanto previsto
prima della riforma
del 2017.

Nonostante ciò, si ritiene che le disposizioni di cui al
richiamato articolo 20 siano riferibili anche ai trust ed istituti aventi analogo contenuto
secondo un’interpretazione che tiene conto della ratio della
riforma del 2017, come individuata nella Relazione illustrativa del d.lgs. n. 90 del 2017, dalla quale risulta
la volontà di colmare ogni lacuna possibile, attese «le difficoltà riscontrate in passato, in ordine all’esatta
individuazione del titolare effettivo, generate dal vigente quadro
normativo, non sufficientemente esaustivo
».

A seguito di tali modifiche, la nuova definizione di
titolare effettivo appare più ampia
rispetto al passato, essendo venuti meno i previgenti riferimenti alle percentuali di attribuzione del patrimonio o del controllo pari o superiore al 25 per cento dell’entità giuridica.

Inoltre, sono entrati nell’ambito di applicazione del
monitoraggio fiscale, soggetti, indicati
come titolari effettivi”, che, pur non disponendo direttamente del patrimonio o del reddito di entità quali
i trust, sono coloro
che in ultima istanza beneficiano delle attività dell’entità giuridica.

I contribuenti residenti, rientranti nell’ambito
soggettivo del monitoraggio fiscale,
sono tenuti agli obblighi dichiarativi nell’ipotesi di detenzione di attività, finanziarie e patrimoniali, a titolo di proprietà o di altro
diritto reale, indipendentemente dalle modalità della loro acquisizione e quindi anche se pervengono da eredità o donazioni.

Se le attività finanziarie o patrimoniali sono in
comunione o cointestate, l’obbligo di compilazione del quadro RW è a carico
di ciascun soggetto intestatario
con riferimento all’intero valore delle
attività e con l’indicazione della
percentuale di possesso.

L’obbligo di compilazione del quadro RW sussiste non
soltanto nel caso di possesso diretto
delle attività da parte del contribuente, ma anche nel caso in cui le predette attività
siano possedute dal contribuente per il tramite
di interposta persona.

È il caso, ad esempio, di soggetti che abbiano l’effettiva
disponibilità di attività finanziarie
e patrimoniali “formalmente” intestate ad un trust (sia esso residente che non residente).

Ogni qualvolta il trust sia un semplice schermo
formale e la disponibilità dei beni che ne costituiscono il patrimonio sia da attribuire ad altri soggetti,
disponenti o beneficiari del trust,
lo stesso deve essere considerato come un soggetto
meramente interposto ed il patrimonio (nonché i redditi da questo
prodotti) deve essere ricondotto ai soggetti che ne hanno l’effettiva disponibilità.

Come precisato nel Provvedimento del Direttore 18 dicembre
2013, prot.n. 2013/151663, sebbene
la normativa antiriciclaggio si riferisca esplicitamente soltanto alle persone fisiche, ai fini dell’obbligo di
compilazione del quadro RW, lo status
di “titolare effettivo” è riferibile
anche agli altri soggetti tenuti agli obblighi di monitoraggio in sede di presentazione della dichiarazione dei redditi, e cioè
agli enti non commerciali e alle società semplici ed equiparate, residenti in Italia.

In sostanza, l’obbligo dichiarativo riguarda anche i casi
in cui le attività estere, pur
essendo intestate ad entità giuridiche quali ad esempio, fondazioni o trust,
siano riconducibili a persone fisiche, ad enti non commerciali o a società semplici
ed equiparate, in qualità di “titolari
effettivi” delle attività stesse.

Al riguardo, si precisa che i chiarimenti in materia di
titolare effettivo del trust ai fini del monitoraggio fiscale valgono, in quanto compatibili, per le fondazioni ed istituti aventi
analogo contenuto.

 

5.1 Obblighi di monitoraggio del trust

 

I trust (“trasparenti” e “opachi”) residenti
in Italia e non fittiziamente interposti38, in linea di principio, sono tenuti agli
adempimenti di monitoraggio fiscale per gli investimenti all’estero e le attività estere di natura
finanziaria da essi
detenuti.

In particolare, il trust
trasparente residente deve adempiere agli obblighi di monitoraggio fiscale con l’indicazione del
valore delle attività estere e della percentuale del patrimonio non attribuibile
ai “titolari effettivi” residenti.

Resta fermo che se sussistono soggetti residenti titolari
effettivi dell’intero patrimonio dell’ente, quest’ultimo è esonerato dalla compilazione del quadro RW39.

 

5.2 Obblighi di monitoraggio dei titolari effettivi

 

La nuova definizione di titolare effettivo non fa più riferimento a percentuali di attribuzione del patrimonio o del
controllo dell’entità giuridica, in quanto, l’articolo 20 del d.lgs.
n. 231 del 200740 considera
titolari effettivi, “cumulativamente” determinate categorie
di soggetti, tra cui anche i beneficiari quando «individuati o facilmente individuabili».

Come chiarito nella
circolare n. 38/E del 2013,
la definizione di titolare effettivo contenuta nella disciplina dell’antiriciclaggio previgente non è stata mutuata tout court nell’ambito delle disposizioni fiscali
in commento, ma è stata opportunamente
adattata in considerazione delle finalità del monitoraggio fiscale. Come precisato con la risoluzione 29 maggio 2019, n. 53 occorre, pertanto,
verificare la compatibilità della nuova nozione
di titolare effettivo, recata dalla disciplina dell’antiriciclaggio, con la finalità delle norme sul monitoraggio fiscale, analogamente a quanto
avvenuto in precedenza.

La disciplina del monitoraggio fiscale ha la finalità di
garantire il corretto adempimento degli obblighi tributari
in relazione ai redditi derivanti
da investimenti all’estero e
da attività estere di natura finanziaria da parte di taluni soggetti
residenti.

Con riferimento ai soggetti residenti
beneficiari di trust ciò
che rileva, secondo l’attuale disciplina, ai fini
dell’attribuzione della qualifica di titolare
effettivo è che siano «individuati o facilmente individuabili» e che, quindi,
dall’atto di trust o da altri documenti, sia
possibile, anche indirettamente, l’identificazione degli stessi.

Pertanto, risulta superato qualsiasi riferimento alle
previgenti percentuali di attribuzione
del patrimonio o del controllo dell’entità giuridica.

Con riferimento ai trust,
ai fini della corretta individuazione della titolarità effettiva occorre tenere in considerazione:

le disposizioni contenute nell’articolo 1, comma
2, lettera pp), nell’articolo 20 e nell’art. 22, comma 5, del d.lgs.
n. 231 del 2007;

le disposizioni adottate a livello internazionale
nell’ambito del Common Reporting
Standard
, secondo cui le
informazioni relative ai beneficiari sono
oggetto
di comunicazione in tutti i periodi in cui il trust risulta in essere, indipendentemente
dal fatto che si tratti di mandatory
beneficiary
oppure discretionary beneficiary (per i primi si comunica il valore dei proventi
ricevuti nel periodo di imposta
e il valore totale del conto di cui è titolare il trust,
mentre per i secondi solo il primo
dato);

i chiarimenti già formulati nella circolare n. 38/E del 2013, secondo
cui sono da ritenersi titolari effettivi di un trust e, pertanto, tenuti ad assolvere
agli obblighi di monitoraggio fiscale,
solo coloro che siano titolari
del diritto di pretendere dal trustee l’assegnazione del reddito o del
patrimonio. Tanto considerato, si ritiene che siano soggetti
agli obblighi di monitoraggio,

secondo la diversa modulazione di seguito riportata, tutti
i beneficiari residenti di un trust estero, anche individuati per “classi”
(ad es., gli eredi legittimi
del disponente).

In dettaglio, i beneficiari di un trust non
discrezionale assolvono pienamente gli obblighi di monitoraggio fiscale
e, dunque, indicano
il valore degli
investimenti detenuti
all’estero dall’entità e delle attività estere di natura finanziaria ad essa intestate, nonché la percentuale di patrimonio
nell’entità stessa.

I beneficiari di trust
discrezionali, sulla base delle informazioni disponibili, come ad esempio il caso in cui il trustee comunica la sua decisione di
attribuirgli il reddito
e/o il capitale del fondo del trust, hanno l’obbligo di indicare nel quadro RW l’ammontare del relativo credito
vantato nei confronti del trust,
unitamente agli investimenti e alle attività finanziarie detenute all’estero.

Nell’ipotesi di omessa comunicazione di informazioni a lui
note al momento della compilazione
del Quadro RW e constatate dall’Amministrazione finanziaria nell’esercizio dei propri ordinari
poteri di controllo, il beneficiario di trust discrezionale incorrerà
nelle sanzioni previste
per le violazioni relative all’omessa o infedele compilazione del quadro RW.

Quanto sopra chiarito si riferisce alle ipotesi di trust esteri non fittiziamente interposti. Ciò in quanto,
l’obbligo di compilazione del quadro RW sussiste comunque non solo nel caso di possesso
diretto delle attività
da parte del contribuente,
ma anche nel caso in cui le predette attività siano possedute dal contribuente per il tramite di interposta
persona.

Con riferimento ai titolari
di interessi successivi
”, ossia di coloro che
diverrebbero beneficiari solo al venire meno dei primi beneficiari, subentrando
a questi ultimi, si ritiene che non
siano qualificabili come “titolari
effettivi
” ai fini del
monitoraggio fiscale, sempreché non sussistano clausole statutarie o altri atti del trust
tali per cui essi possano essere destinatari di reddito o attribuzioni patrimoniali nonostante la presenza di “titolari di interessi antecedenti”. Rispetto a tali soggetti assume comunque rilevanza, nei termini sopra
indicati, l’eventuale attribuzione disposta
in loro favore a discrezione del trustee.

Per permettere ai titolari effettivi del trust di adempiere
ai suddetti obblighi
dichiarativi, il trustee è
tenuto ad individuare, secondo quanto risulta
dagli atti del trust, i titolari
effettivi degli investimenti e delle attività
detenuti all’estero dal trust
e comunicare agli stessi i dati utili
per la compilazione del quadro
RW: la quota di partecipazione al patrimonio, gli
investimenti e le attività estere detenute anche indirettamente dal trust,
la loro valorizzazione, nonché i dati identificativi dei soggetti esteri41.

 

5.3 Obblighi di monitoraggio dei titolari di poteri di rappresentanza, direzione e amministrazione (trustee, disponente e guardiano)

 

La giurisprudenza di legittimità ha sancito l’obbligo di
compilazione del Quadro RW non solo
per gli intestatari formali delle attività estere, ma anche per coloro che «ne hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione42»,
ossia in capo al soggetto
che «all’estero abbia la detenzione e/o la
disponibilità di fatto
di somme di denaro non proprie, eventualmente con il compito fiduciario
di trasferirle all’effettivo beneficiario o di utilizzarle per conto dell’effettivo titolare
»43, ciò in quanto anche la detenzione
nell’interesse altrui costituisce, secondo
la Corte di Cassazione, idoneo strumento (voluto pure dal detentore nell’interesse altrui) di occultamento, e quindi di sottrazione al controllo degli investimenti e delle attività finanziarie previsti dalla norma.

La scrivente ha fornito chiarimenti nella circolare n.
38/E del 2013 circa gli obblighi dei soggetti che «hanno la disponibilità o la possibilità di movimentazione»
delle attività estere, oltre che chiarimenti in merito al concetto di detenzione”, presupposto del monitoraggio fiscale.

La detenzione non si configura qualora una persona sia
chiamata ad operare su di un conto estero per operazioni indicate
dallo stesso titolare
del conto che, per loro natura, escludono che il delegato
detenga le attività finanziarie allocate sul
rapporto oppure quando la delega riguardi un rapporto che è
oggettivamente escluso dal
monitoraggio fiscale. Ad esempio, non sono tenuti alla compilazione del
quadro RW gli amministratori di
società di capitali che hanno il
potere di firma sui
conti correnti della società in uno Stato estero, dei quali si ha evidenza
nelle scritture contabili, e che
hanno la possibilità di movimentare capitali, pur non essendo beneficiari
dei relativi redditi44.

Inoltre, non sono tenuti agli obblighi dichiarativi i
soggetti che, sebbene delegati ad
effettuare operazioni di investimento mobiliare su rapporti esteri, non possono
effettuare operazioni di versamento e prelevamento o operazioni a queste corrispondenti45.

Ai fini della normativa antiriciclaggio, nel caso in cui
il cliente sia persona giuridica privata, il comma 4, dell’articolo 20, del
d.lgs. n. 231 del 200746 individua
come titolari effettivi, tra gli altri, «i titolari di poteri di rappresentanza legale, direzione e amministrazione».

La nuova disposizione dell’articolo 20 si riferisce,
quindi, anche ai «titolari di poteri di rappresentanza legale», oltreché, come in passato, ai titolari di funzioni di direzione e amministrazione.

Il successivo comma 5 del citato articolo
20 individua un criterio residuale
in base al quale, se non altrimenti individuato, «il titolare effettivo coincide con la
persona fisica o le persone fisiche titolari, conformemente ai
rispettivi assetti organizzativi o
statutari, di poteri di rappresentanza legale, amministrazione o direzione
della società o del cliente comunque
diverso dalla persona fisica
».

Con riferimento alle persone giuridiche private, la disposizione in commento, individua tali soggetti come titolari effettivi
sia in via principale che in via residuale.

Ai fini della
disciplina del monitoraggio fiscale, occorre
interpretare la citata
disposizione alla luce delle
finalità perseguite dalla normativa speciale.

Con la risoluzione n. 53/E del 2009 è stato chiarito che
la definizione di titolare effettivo
prevista dalla disciplina antiriciclaggio che si applica ai soggetti titolari
di funzioni di direzione e amministrazione non possa essere estesa nell’ambito della disciplina del monitoraggio fiscale.

Ai fini della
disciplina del monitoraggio fiscale deve, sussistere una relazione giuridica (intestazione) o di fatto (possesso
o detenzione) tra il soggetto
e le attività estere oggetto
di dichiarazione e che sono pertanto tenuti agli obblighi
di monitoraggio non solo i
titolari delle attività detenute all’estero, ma anche coloro che ne
hanno la disponibilità o la possibilità
di movimentazione.

Diversamente, è esclusa
l’esistenza di un autonomo obbligo
di monitoraggio nell’ipotesi in cui il soggetto possa
esercitare – in relazione alle attività detenute all’estero – un mero potere dispositivo in esecuzione di un
mandato per conto del soggetto intestatario.

Di conseguenza, con la citata risoluzione, sono stati
esonerati dagli obblighi di compilazione del quadro RW i titolari
di funzioni di direzione ed amministrazione
di una fondazione italiana in relazione alle attività finanziarie detenute
all’estero dalla fondazione.

Al riguardo, si ritiene che i chiarimenti resi in merito
ai soggetti titolari di funzioni di
direzione ed amministrazione possano essere estesi anche ai titolari di poteri
di rappresentanza in quanto, sebbene
tali soggetti siano letteralmente ricompresi nella nuova definizione di titolare effettivo, si ritiene che eventuali
obblighi a loro carico non siano compatibili con le finalità sottese alla
disciplina del monitoraggio fiscale.

Pertanto, deve ritenersi
esclusa l’esistenza di un autonomo
obbligo di monitoraggio nell’ipotesi in cui il
soggetto possa esercitare – in relazione alle
attività detenute all’estero – un mero potere dispositivo in esecuzione di un mandato
per conto del soggetto intestatario, ovvero nell’ipotesi in cui il soggetto agisca come rappresentante legale.

Analoga esclusione dall’obbligo di monitoraggio fiscale
continua a sussistere, anche alla luce della
nuova definizione di titolare effettivo, per il trustee, in quanto si ritiene che quest’ultimo
amministri i beni segregati nel trust e
ne disponga secondo il regolamento
del trust o le norme di legge e non
nel proprio interesse47.

Non sarebbe, infatti, proporzionale alle finalità delle
disposizioni in materia di
monitoraggio fiscale una generalizzata estensione dell’obbligo di compilazione del quadro RW al trustee, al disponente e al guardiano, in particolar modo nei casi
in cui l’obbligo di monitoraggio sussiste, già, in capo al trust o al beneficiario titolare
effettivo. Ciò, anche, al fine di non moltiplicare gli adempimenti dichiarativi con riferimento al medesimo patrimonio o attività estera e nel presupposto
che il coinvolgimento del trustee,
del disponente e del guardiano, nelle vicende
del trust, non si traduca nel possesso o nella detenzione del patrimonio o reddito
del trust stesso nei termini
sopra specificati.

 

6. Applicazione dell’IVIE e dell’IVAFE

 

La legge di bilancio 202048 ha modificato l’ambito
soggettivo di applicazione dell’imposta sul valore
degli immobili situati all’estero (IVIE) e dell’imposta sul valore delle attività
finanziarie detenute all’estero (IVAFE)49.

In particolare, viene previsto che, a decorrere dal
periodo d’imposta 2020, sono soggetti
passivi di tali imposte, oltre alle persone fisiche, anche gli enti non commerciali e le società semplici
(e soggetti equiparati) residenti in Italia.

Come noto, dette imposte mirano ad equiparare il trattamento fiscale
relativo al possesso
all’estero di immobili
e attività di natura finanziaria da parte di soggetti residenti nel territorio dello Stato con
quello previsto per gli immobili e le attività
finanziarie detenute in Italia, per i quali si applica rispettivamente,
l’imposta municipale propria
(IMU)50 e l’imposta di bollo51.

Per effetto di tale modifica52, rientrano
nell’ambito oggettivo dell’IVIE e dell’IVAFE,
i soggetti tenuti ad assolvere gli obblighi di monitoraggio fiscale di cui al decreto legge n. 167 del 1990 per
gli investimenti e le attività detenuti all’estero,
adempimento che si esplica mediante la compilazione del quadro RW della dichiarazione annuale
dei redditi.

Pertanto, i trust residenti
in Italia devono assolvere al pagamento di tali imposte per gli immobili e le attività
finanziarie detenute all’estero dal gennaio
2020. Il primo versamento dell’IVIE e dell’IVAFE doveva essere
effettuato entro il termine previsto
per il versamento del saldo delle imposte sui redditi derivanti dalla dichiarazione dei redditi relativa
al periodo d’imposta
202053. Entro tale termine doveva essere versato anche
il primo acconto per le imposte relative al 2021.

Il presupposto oggettivo
per l’applicazione dell’IVIE
è costituito dal possesso
di un immobile all’estero a titolo di proprietà o di altro diritto reale, a qualsiasi uso esso sia destinato dai
predetti soggetti residenti nel territorio dello Stato54.

Quanto al requisito della residenza fiscale dei soggetti
passivi dell’imposta, per i trust occorre far riferimento
all’articolo 73, comma 3, del Tuir che stabilisce che si considerano residenti
le società e gli enti che per la maggior parte del periodo
d’imposta hanno la sede legale o la sede dell’amministrazione o l’oggetto principale nel territorio dello Stato.

Si considerano residenti nel territorio dello Stato, salva prova contraria,
i trust
e gli
istituti aventi analogo contenuto istituiti in Stati o territori diversi da
quelli inclusi nella cd. “white list55, in cui, anche
non contestualmente, almeno uno dei disponenti
e almeno uno dei beneficiari del trust siano
fiscalmente residenti nel territorio dello Stato.

Si considerano, altresì,
residenti in Italia
i trust istituiti nei predetti Stati
o territori non inclusi nella white list quando, successivamente alla loro costituzione, un soggetto residente effettui in favore
del trust un’attribuzione che importi il trasferimento di proprietà di beni immobili o la costituzione o il trasferimento di diritti reali immobiliari anche per quote,
nonché vincoli di destinazione sugli stessi.

L’IVIE è dovuta nella misura dello 0,76 per cento in
proporzione alla quota di titolarità del diritto di proprietà o altro diritto
reale e ai mesi dell’anno
nei quali si è protratto
tale diritto, con una franchigia di 200 euro.

Il valore è costituito dal costo risultante dall’atto di acquisto
o dai contratti e, in
mancanza, secondo il valore di mercato rilevabile nel luogo in cui è situato l’immobile.

Tuttavia, per gli immobili situati in Paesi appartenenti
all’Unione europea o in Paesi aderenti allo SEE, che garantiscono un adeguato scambio
di informazioni, il valore da utilizzare al fine della
determinazione dell’imposta è prioritariamente
quello catastale, come determinato e rivalutato nel Paese in cui
l’immobile è situato ai fini
dell’assolvimento di imposte di natura reddituale o patrimoniale ovvero di altre imposte
determinate sulla base del valore
degli immobili.

Dall’imposta si detrae, fino a concorrenza del suo
ammontare, un credito d’imposta pari
all’importo dell’eventuale imposta patrimoniale versata nell’anno di riferimento nello Stato estero in cui è situato
l’immobile e ad esso
relativa.

Resta fermo che per gli immobili per i quali non siano
intervenute variazioni nel corso del periodo d’imposta –
fattispecie di esonero dalla compilazione del
quadro RW della dichiarazione dei redditi prevista dall’articolo 4,
comma 3, del decreto legge n. 167 del
1990 – il trust è comunque tenuto al
versamento della relativa IVIE qualora dovuta.

A decorrere dal 2020 anche l’IVAFE56 si applica
nei confronti dei trust residenti in Italia che detengono
all’estero attività finanziarie a titolo di proprietà o di altro diritto reale, e indipendentemente dalle modalità della loro acquisizione, in proporzione alla quota di possesso e al periodo
di detenzione.

Tale imposta si rende applicabile sul valore dei prodotti
finanziari, dei conti correnti e dei
libretti di risparmio detenuti all’estero da persone fisiche, enti non commerciali e società semplici ed
equiparate ai sensi dell’articolo 5 del Tuir,
residenti nel territorio dello Stato57.

L’IVAFE si applica,
in misura differenziata, sul valore dei prodotti finanziari”, dei conti correnti e dei libretti
di risparmio
58.

L’imposta è dovuta nella misura del 2 per mille del valore
dei prodotti finanziari e fino alla
misura massima di euro 14.00059. A tale proposito, per poter giungere
alla definizione dei prodotti finanziari utile all’applicazione dell’IVAFE, è necessario fare riferimento
all’ambito oggettivo di applicazione dell’imposta di bollo di cui all’articolo 13 della citata
Tariffa.

Per prodotti finanziari si intendono quelli elencati all’articolo 1 del decreto
legislativo 24 febbraio
1998, n. 58 (TUF), ivi compresi i depositi bancari
e postali, anche
se rappresentati da certificati60 (cfr. circolare 21 dicembre 2012, n. 48/E).

Per i conti correnti e i libretti di risparmio intestati a
trust residenti in Italia l’imposta
è dovuta nella misura fissa di
euro 100.

Si ritiene opportuno ricordare che la base imponibile dell’IVAFE è costituita dal valore di mercato delle attività finanziarie, rilevato al
termine di ciascun anno solare nel
luogo in cui esse sono detenute, anche utilizzando la documentazione dell’intermediario estero di riferimento
per le singole attività ovvero dell’impresa
di assicurazione estera. In mancanza del valore di mercato si deve far
riferimento al valore nominale o al valore
di rimborso61.

Inoltre, è possibile
detrarre dall’IVAFE, fino a concorrenza del suo ammontare, un credito d’imposta
pari all’ammontare dell’eventuale imposta patrimoniale
versata nello Stato in cui sono detenuti i prodotti finanziari, i conti correnti
e i libretti di risparmio.

L’IVIE e l’IVAFE
non devono essere
assolti dai beneficiari di trust opachi in quanto
manca il presupposto per l’assolvimento di tali imposte, vale a dire la proprietà
dell’immobile o la titolarità di altro diritto
reale sullo stesso e/o la detenzione dei prodotti
finanziari, conti correnti
e libretti di deposito.

 

***

 

Le Direzioni regionali vigileranno affinché le istruzioni
fornite e i principi enunciati con la presente
circolare vengano puntualmente osservati dalle Direzioni
provinciali e dagli Uffici dipendenti.

 

 

IL DIRETTORE DELL’AGENZIA

 

Ernesto Maria Ruffini

 

firmato digitalmente

 

 



1 Cfr. articolo 13, comma
1, del decreto legge 26 ottobre 2019, n. 124, come modificato dalla legge 19 dicembre 2019,

n.
157.

2 Cfr. articolo
13, comma 1, lettere a) e b), dell’articolo 13 del decreto.

3 Di cui alla lettera
g-sexies) del comma 1 dell’articolo 44 del Tuir.

4 Comma 4-quater dell’articolo 45 del Tuir.

5 In ordine alla quale sono
state fornite indicazioni con le circolari 6 agosto
2007, n. 48/E e 22 gennaio 2008. n. 3/E.

6      Cfr. Circolare 6 agosto 2007, n. 48/E.

7 Ai sensi del quale «Gli atti
in forma pubblica con cui beni immobili o beni mobili iscritti in pubblici
registri sono destinati, per un
periodo non superiore a novanta anni o per la durata della vita della persona
fisica beneficiaria, alla
realizzazione di interessi meritevoli di tutela riferibili a persone con
disabilità, a pubbliche amministrazioni, o ad altri enti o persone fisiche
ai sensi dell’articolo 1322, secondo comma,
possono essere trascritti al fine di rendere opponibile ai terzi il vincolo di
destinazione; per la realizzazione di tali interessi può agire, oltre al
conferente, qualsiasi interessato
anche durante la vita del conferente stesso. I beni conferiti e i loro frutti
possono essere impiegati solo per la realizzazione del fine di destinazione e possono costituire oggetto di esecuzione, salvo quanto previsto dall’articolo 2915, primo
comma, solo per debiti
contratti per tale scopo».

8 Diversamente dal fondo
patrimoniale, la cui costituzione è strettamente collegata alla soddisfazione
dei “bisogni della famiglia” e dal patrimonio destinato al compimento di
specifico affare della società, di cui all’articolo 2447-bis del codice civile.

9      In applicazione degli articoli
6, comma 6, e 7, comma 8, del citato
d.lgs. n. 461 del 1997 che assimilano tali trasferimenti alle cessioni
a titolo oneroso.

10     Il comma 74 dell’articolo 1 della legge finanziaria 2007 ha modificato l’articolo 73 del testo unico delle imposte
sui redditi, approvato dal decreto
del Presidente della Repubblica 22 dicembre 1986, n. 917 (Tuir).

 11     Cfr. circolare n. 61/E del 2010.

12     Di cui alla lettera b), comma 1, dell’articolo 73 del Tuir.

13     Di cui alla lettera c), comma
1, dell’articolo 73 del Tuir

14     Cfr. ultimo periodo
del comma 2 dell’articolo 73 del Tuir.

15     Lettera g-sexies)
del comma 1 dell’articolo 44 del Tuir.

16 Cfr. circolare
6 agosto 2007, n. 48/E.

17 Cfr. articolo
73, comma 2, ultimo periodo
del Tuir.

18     Secondo l’accezione attribuibile a tale espressione nel comma 2 dell’articolo 73 del Tuir.

19 Richiamato dalla
lettera a) del comma 1 dell’articolo 13 del decreto.

20 Ferma restando la rilevanza, ai fini dell’imposta di donazione e successione, delle attribuzioni effettuate dal trustee
al beneficiario, comprensive anche dei redditi
imponibili già tassati
ai fini delle imposte sui redditi ove l’interponente
sia il disponente. I predetti redditi imponibili invece sono esclusi
dall’imposta sulle donazioni e successioni
ove l’interponente sia invece il beneficiario destinatario delle attribuzioni.

21     Introdotto dalla lettera
b) del comma 1
dell’articolo 13 del decreto.

22     Si veda quanto chiarito, relativamente a fattispecie analoghe,
dalla circolare n. 48/E del 2007 circa il divieto di doppia
imposizione ai sensi dell’articolo 163 del Tuir.

23     Convertito, con modificazioni e integrazioni, dalla legge 24 novembre 2006, n. 286.

24 Negli stessi termini, nonché
le ordinanze 16 dicembre 2020, n. 28796; 8 luglio 2020, n. 14207; 3 marzo 2020,
n. 5766; 11 marzo 2020, n. 7003; 19 febbraio 2020, n. 4163; 7 febbraio
2020, nn. da 2897 a 2902, che hanno riguardato diverse tipologie di trust.

25. Cfr. nelle ordinanze
14 giugno 2021, n. 16688; 10 giugno 2021,
n. 16372; 20 maggio
2021, nn. 13818 e 13819,

nonché nella
sentenza 30 marzo 2021, n. 871.

26 Di cui all’art. 2, comma
47 del decreto legge n. 262 del 2006

27     Cfr. art. 11 Tariffa, Parte Prima, del d.P.R. n. 131 del 1986

28 Cfr. art. 1 del d.lgs. n. 347 del 1990 e art. 4 della Tariffa
allegata, quanto all’imposta ipotecaria, e art. 10, comma 2
del d.lgs. citato, quanto all’imposta catastale
.

29     Cfr. art. 1 del d.lgs.
n. 347 del 1990 e art. 1 della Tariffa
allegata, quanto all’imposta ipotecaria, e art. 10,
comma 1 del d.lgs. citato, quanto all’imposta catastale.

30     Articolo 11 della Tariffa, Parte Prima d.P.R.
n. 131 del 1986.

31
Cfr. Par. 3.4.1, 3.4.2 e 3.4.7.

32     Di cui al decreto legislativo 21 novembre 2007,
n. 231, come richiamati dall’articolo 4 del decreto
legge n. 167 del 1990.

33     Cfr. circolare n. 38/E del 2013.

34     Di cui al decreto- legge 28
giugno 1990, n. 167.

35     Decreto legislativo 25 maggio 2017 n. 90, che
ha recepito la Direttiva UE
2015/849 del Parlamento europeo e
del Consiglio, del 20 maggio
2015 (IV Direttiva antiriciclaggio).

36     Cfr. articolo 4 del decreto
legge n. 167 del 1990 attualmente in vigore.

37     Come modificato dal decreto legislativo 4 ottobre 2019, n. 125.

38     Cfr. circolare n. 61/E del 2010.

39     Cfr. circolare n. 38/E del 2013.

40     Al quale rinvia l’articolo 4 del decreto legge n. 167 del 1990.

41 Cfr. Circolare n. 38/E del 2013.

42 Cfr., ex multis, Cass., Sez. III, sentenza 11 giugno 2003,
n. 9320, Cass., Sez. V, sentenza 7 maggio 2007, n. 10332, Cass.,
Sez. V, sentenza
21 luglio 2010, n. 17051,
Cass., Sez. V, sentenza 23 ottobre 2013,
n. 24009.

43 Cfr. Cass., sentenza n. 10332/2007.

44
Cfr. Circolare 21 giugno 2011, n. 28/E, risposta 5.2.

45 Cfr. Circolare
del 16 luglio 2015, n. 27/E, paragrafo 1.2

46    Come modificato dal
decreto legislativo 4 ottobre 2019 n. 125.

47     Cfr. circolare n. 38/E del 2013.

48     Articolo 1, commi
710 e 711, della legge 27 dicembre 2019, n. 160

49 L’IVIE e l’IVAFE sono state istituite e disciplinate dall’articolo 19, commi da 13 a 23, del decreto
legge 6 dicembre
2011, n. 201, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 dicembre
2011, n. 214 e le relative disposizioni di attuazione sono state adottate
con Provvedimento del Direttore dell’Agenzia 5 giugno 2012, n. 72442.
I chiarimenti forniti nella circolare 2 luglio 2012,
n. 28/E e circolare 3 maggio 2013, n. 12/E, cap. V continuano a trovare applicazione in quanto compatibili.

50     L’IMU è stata istituita
dall’articolo 8 del decreto legislativo 14 marzo 2011, n.23. A decorrere dal 2020
l’imposta è disciplinata dai commi 739 a 783 dell’articolo 1 della legge
di bilancio 2020.

51     Ai sensi dell’articolo 13 della Tariffa, Parte I, allegata al d.P.R. 26 ottobre 1972,
n. 642.

52 Il comma 710 modifica
l’ambito soggettivo dell’IVIE e dell’IVAFE rinviando espressamente ai soggetti
indicati all’articolo 4, comma
1, del decreto legge n.
167 del 1990.

53     Ai sensi dell’articolo 17, commi 1 e 2, del d.P.R.
7 dicembre 2001, n. 435.

54     Cfr. circolare del 2 luglio
2012, n. 28/E,
par. 1.1.

55 Stati e territori di cui
al decreto
ministeriale
4 settembre 1996 e successive modifiche ed integrazioni. L’articolo 10 del decreto legislativo 14 settembre
2015, n. 147 (c.d. decreto internazionalizzazione) ha abrogato l’articolo 168- bis del
Tuir ed ha statuito che il rinvio
al comma 1 dell’articolo 168-bis Tuir deve intendersi alla lista di cui al d.m. 4 settembre 1996 e successive modificazioni e integrazioni (cfr. circolare 4 agosto 2016 ,
n. 35/E, par. 2.4).

56     Disciplinata dai commi da 18 a 22 dell’articolo 19 decreto legge n. 201 del 2011.

57 Per effetto delle modifiche
apportate dall’articolo 9 della legge 30 ottobre 2014, n. 161 (Legge
europea-bis 2013), che ha ristretto
il perimetro di applicazione dell’IVAFE uniformandolo a quello dell’imposta di
bollo, di cui all’articolo 13, comma
2-bis, lettera a) e comma 2-ter), della Tariffa, Allegato A, Parte
Prima, del d.P.R. n. 26 ottobre 1972, n. 642.

58     Ai sensi del comma 18 dell’articolo
19 del decreto legge n. 201 del 2011.

59     Ai sensi dell’articolo 19, comma 20, del d.l. n. 201 del 2011, come modificato
dall’articolo 134 del decreto legge 19
maggio 2020, n. 34 (cd. Decreto Rilancio).

60     Ai sensi dell’articolo 1, comma 1, lettera c), del decreto
attuativo 24 maggio 2012.

61     Cfr. circolare n. 28/E del 2012, par. 2.3.