Il futuro dei trust Onlus nel CTS

Articolo pubblicato su Modulo24 Terzo Settore – Il Sole 24 ORE

a cura del dott. Paolo Gaeta

 

Il destino dei trust riconosciuti Onlus è diventato incerto a seguito della riforma del Terzo settore e dalla recente interpretazione data in un recente documento interpretativo dal ministero del Lavoro e delle Politiche sociali.

Il Codice del Terzo settore (CTS) e le norme sul funzionamento del registro unico nazionale degli enti del Terzo settore (Runts), nel definire il perimetro soggettivo degli enti idonei ad essere qualificati ETS, non menziona il trust quale veicolo idoneo ad essere ricompreso nella nuova disciplina seppur la stessa preveda  l’abrogazione delle Onlus a partire dal 2023 (art. 4 CTS).

Qual è allora il destino riservato ai trust Onlus se non potranno essere riconosciuti come ETS?

Il tema va forse oltre il confine della tematica no profit e mette di fronte alla necessità di compiere una scelta su come è giusto ed efficiente considerare il trust; il CTS diventa così l’occasione di fare chiarezza su un punto che riguarda una questione centrale da cui derivano conseguenze significative di comprensione collettiva e giuridiche.

La narrazione del trust in Italia si è basata sull’astratta esistenza del trust piuttosto che sulla possibilità di un soggetto di assumere la qualità di «trustee» e obbligarsi, diversamente in base alla legge regolatrice, nella gestione a favore di terzi o per uno scopo. Il trust non esiste come soggetto al di fuori dell’Ires, ma è davvero necessario che il trust sia un ente per essere un ETS in base alla norma attuale?

A voler seguire l’interpretazione della circolare 21.4.2022, n. 9 del ministero del Lavoro, con il passaggio da Onlus (che ricordiamo essere un particolare tipo di qualifica fiscale che un’organizzazione può assumere) a enti del Terzo settore si è inteso sacrificare chi non è «ente». A nulla rileva la sussistenza di una soggettività ai fini fiscali del trust (legge 296/2006), che ha consentito il riconoscimento da oltre un decennio come Onlus; essa non può costituire il substrato per una soggettività in termini civilistici tale da qualificare il trust come autonomo centro di imputazione di rapporti giuridici e pertanto iscrivibile nel Runts.

L’attribuzione della soggettività giuridica è appannaggio del solo legislatore e non si può desumere in via interpretativa.
Come prima cosa diciamo che volendo accogliere questa interpretazione come definitiva si potrebbe pensare, probabilmente, alla possibilità che un qualsiasi ente privato possa iscriversi nel Runts come «trustee» con il Codice fiscale del trust e che, quindi, la segregazione patrimoniale possa vivere nel Terzo settore all’interno del patrimonio di un ente privato. Oppure che enti ETS siano beneficiari di trust, con le conseguenze fiscali che una struttura del genere dovrebbe comportare per le imposte dirette e indirette.

Se il trust non è un soggetto di diritto autonomo iscrivibile nel Runts, allora perché in tanti si pongono il problema delle conseguenze e della correttezza di questa esclusione? Se da un lato appare naturale conseguenza della norma, dall’altro, essa non è esente da criticità.

In primis la forma che può assumere «l’organizzazione» di cui il «trustee» oppure il consiglio dei trustee sono titolari, ha la capacità di assomigliare funzionalmente a qualche cosa che è molto simile a quella di una associazione, una fondazione oppure un «endowment».
Ci sono casi in cui esiste un consiglio di trustee a capo di organizzazioni con persone e mezzi che danno vita ad una vera organizzazione autonoma; il «Wellcome Trust» inglese ha circa 1.800 dipendenti, il MOMA di New York è gestito da un consiglio di trustee molto numeroso con una altrettanto importante organizzazione.

Possiamo qualificare queste entità come una pura «obbligazione del trustee» non idonea a costituire un’organizzazione di persone o di beni che assume una qualche rilevanza per l’ordinamento giuridico?

Interpretare come non iscrivibile al Runts i trust è imprudente. Non si fa giustizia del fatto che esistono leggi regolatrici che possono influenzare dimensioni determinanti del problema. Per esempio, la legge sul trust di San Marino (sapientemente scritta) ha tra le sue peculiarità il principio dell’autonomia patrimoniale del «fondo in trust» per il quale, il trustee non risponde delle obbligazioni assunte in ragione dell’esercizio dell’ufficio di trustee con i propri beni, bensì solo con i beni del fondo in trust. Secondo la legge di San Marino il «fondo in trust» si svincola dal patrimonio del trustee diventando un centro di imputazione di attività e passività autonomo rispetto al patrimonio del «trustee».

Quindi, ricondurre un rapporto al «trustee» o al trust, in certi casi, potrebbe anche rivelarsi inutile in quanto si risponderebbe sempre con il patrimonio separato, con la conseguenza che potrebbe ridursi la questione della soggettività giuridica e, sarebbe invece più opportuno qualificare il patrimonio separato (il fondo in trust) come centro autonomo di imputazione di rapporti giuridici.

Ancora una volta si ha la sensazione che il ragionamento sia viziato dal continuare a ragionare di trust in astratto, senza prendere in considerazione la legge regolatrice e la diversa forma che la fattispecie concreta può raggiungere. E questa astrazione fa perdere il senso e le potenzialità delle soluzioni possibili a causa di preconcetti o presunte intuizioni baste su concetti astratti.

Questa consapevolezza è presente nei lavori preparatori del CTS. L’interpretazione citata del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali si pone in contrasto con quella espressa dai lavori preparatori della VI Commissione permanente del Senato nella quale si diceva: «La Commissione Finanze e Tesoro (…) esprime osservazioni favorevoli, invitando la Commissione di merito (…) a valutare l’inserimento all’art. 4, comma 1, del trust nell’elenco degli enti del Terzo settore. Invita di conseguenza a valutare la definizione dei trust del Terzo settore quali enti privati costituiti senza fini di lucro per il perseguimento in via esclusiva o principale di una o più delle finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale di cui all’art. 5».

Qualche diversa considerazione da parte del ministero del Lavoro si sarebbe potuta fare anche in considerazione del favore che la norma del 2016 sul «Dopo di Noi» ha espressamente riconosciuto al trust per interessi legittimi e meritevoli di soggetti con gravi disabilità, norma che ha visto la luce dopo un processo durato molti anni di consapevolezza istituzionale molto radicato a cui ha partecipato l’intero mondo associativo dedito alla tutela di soggetti disabili.

Da questa analisi emerge che:

a) nulla ha a che fare la questione della soggettività tributaria del trust presa in considerazione dalla precedente prassi dell’Agenzia delle Entrate in tema di Onlus;

b) ci sono elementi validi per discutere della possibile inclusione del trust di diritto tra gli enti di cui all’art. 4 CTS.

L’esclusione del trust dal Runts svantaggia la collettività ed i soggetti che fino ad oggi hanno interagito o dato vita a tanti trust Onlus che costituiscono un complesso articolato di rapporti, conoscenze e relazioni di utilità.

Negare ai trust la possibilità di iscriversi al Runts comporterebbe l’impossibilità di ricorrere all’istituto (anche quelli di grandi dimensioni localizzati all’estero) per svolgere attività filantropiche, caritatevoli, di utilità sociale, l’impossibilità di godere delle agevolazioni fiscali previste per gli ETS (come il 5 per mille), l’impossibilità di rendere i trust parte del mondo del Terzo settore e la sua interazione con il settore del welfare aziendale e sociale.

Particolarmente gravosa sarebbe la posizione dei trust di scopo Onlus che rappresentano realtà importanti. La criticità sorge dal fatto che questi trust si troverebbero soggetti agli articoli 101, comma 8, CTS e 34, comma 14, decreto Minlavoro 106/2020, i quali prevedono, a carico delle Onlus che non si iscrivano al Runts entro il 2023, l’obbligo di devoluzione del patrimonio del fondo a soggetti ETS. A queste organizzazioni non resterebbe che ricorrere alla trasformazione in associazioni o fondazioni del Terzo settore.

In particolare, si potrebbe:

  • trasformare il trust in una fondazione ETS, qualora ciò si ritenesse possibile e si disponga di un patrimonio minimo di euro 30.000,00;
  • costituire una fondazione ETS e devolvere alla stessa il fondo in trust;
  • trasformare il trust in associazione a condizione che venga rispettato il limite di capitale minimo di euro 15.000,00.

Scelte non sempre agevoli per l’organizzazione che dovrà modificare la propria «governance» ed il modello alle finalità da perseguire, che ridurranno forzosamente l’ambito di scelta di chi ha consapevolmente scelto il trust Onlus già a suo tempo preferendolo all’associazione o la fondazione.

L’inciso «enti di carattere privato diversi dalle società» dell’art. 4 CTS può essere letto come una formula onnicomprensiva volta a consentire ai trust, od almeno ad alcuni di essi, che perseguono finalità sociali e solidaristiche di iscriversi nel Runts nella sezione g) o altra sezione che potrebbe istituirsi,
oppure seguendo la strada tracciata per gli ETS di enti religiosi.

Ricordiamo che l’art. 4 CTS prevede che gli enti religiosi possano accedere ai nuovi regimi ETS iscrivendosi nel Runts qualora soddisfino tre condizioni: l’adozione di uno specifico regolamento, la costituzione di un patrimonio destinato (un ramo) e la tenuta di scritture contabili separate.

Ancora una volta vale il richiamo al «fondo in trust» ed alle regole di contabilità previste dalla legge di San Marino dove, quando si parla di trust, di beni in trust, di debito del trust, si allude sempre e soltanto al fondo in trust; e ciò non implica alcuna soggettività. Le attività del trust, tutti i suoi rapporti giuridici, anche se posti in essere dal «trustee», sono imputabili al fondo in trust ed è solo con quest’ultimo che il trust risponde. E ciò non cambierebbe anche qualora dovesse riconoscersi
soggettività giuridica al trust.

Tutte queste considerazioni potrebbero essere oggetto di un nuovo confronto con gli organi ministeriali prima di valutare se è davvero necessario che ci sia una legge che apra ai trust retti da leggi regolatrici che lo consentano le porte del Runts, oppure se sia possibile seguire strade diverse come quella prevista per gli enti religiosi.

 

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