Il trust non residente con beneficiari in Italia

Gennaio 4, 2023

Articolo pubblicato su Il Sole 24 Ore-Modulo 24 Terzo Settore del 28 novembre 2022 

a cura di Paolo Gaeta, dottore commercialista a Milano e membro della International Academy of Estate e Trust Law

La circolare dell’Agenzia delle Entrate n. 34 del 2022 sui trust affronta diverse tematiche che riguardano i trust non residenti (o meglio i «trustee» non residenti di fondi in trust che si trovano all’estero, con beneficiari residenti in Italia). L’Agenzia delle Entrate se ne occupa dal punto di vista delle imposte dirette, le imposte indirette e ai fini del monitoraggio fiscale (oltre che Ivie e Ivafe) a dimostrazione del fatto che i trust non residenti sono argomento di grande interesse.

Tra le varie questione inerenti i trust esterni quello delle imposte dirette sembra presentare maggiore criticità e interessa una ampia platea di società straniere di «trust company» localizzate in giurisdizioni vantaggiose. Sono numerose, infatti, le novità cui devono prestare attenzione i «trustee» non residenti e già da subito possiamo dire che sono innovazioni che generano non poche difficoltà operative e di riflesso responsabilità nei confronti dei beneficiari residenti.

L’assetto della recente norma fiscale avrà sicuramente un impatto sulle scelte future di allocazione del «trustee» in caso di beni all’estero, ma l’urgenza è per i trust già istituiti che si vedono riconosciuti in giurisdizioni privilegiate. Per questi sarà necessario trovare delle soluzioni che potranno impattare la «governance» del trust, oppure che potranno risolversi nella ristrutturazione che lo stesso «trustee» può a volte fare; è il caso dell’esercizio del potere di «resettlement» (inteso come potere di  costituzione del trust che consente di costituire, ad esempio, singoli nuovi trust per ciascun beneficiario).

La regola ordinaria prevista dal Tuir per i trust non residenti è che solo i redditi prodotti in Italia sono soggetti a tassazione; esistono poi due eccezioni, la prima che il trust sia trasparente, la seconda, di cui ci stiamo occupando, che il trust seppur opaco sia residente in un Paese a fiscalità privilegiata in ragione del livello di tassazione nominale inferiore al 50% di quelle italiano.

Quando si verifica questa fattispecie il reddito prodotto dai beni in trust è tassato in Italia, inclusi i redditi prodotti all’estero, in deroga al criterio di territorialità di cui all’art. 23 del Tuir. La norma che ha introdotto questa regola è data dall’articolo 13 del decreto-legge 26 ottobre 2019, n.124. Una disposizione dalla genesi costituzionale un poco discussa, che contiene una previsione molto simile alla precedente interpretazione fatta dall’Agenzia delle Entrate. Tant’è che sembra una norma scritta sulla falsa riga di quanto scritto in una precedente circolare sui trust.

L’Agenzia delle Entrate negli anni non ha perso di vista un attimo la fattispecie dei redditi prodotti all’estero dai beni in trust che hanno beneficiari residenti in Italia. Per certi versi è una giusta attenzione alle necessità di scovare materia imponibile per evitare salti d’imposta, ma la norma e l’interpretazione dell’Agenzia delle Entrate produce incertezze e iniquità.

Una quota significativa dei trust che producono i loro effetti in Italia è fiscalmente non residente. Si tratta di trust che hanno caratteristiche molto diverse tra loro,  oggetti a leggi regolatrici che presentano ampie differenze e che nella maggior parte dei casi non sono riconosciuti soggetti fiscalmente autonomi come avviene in Italia. Questa finzione giuridica della soggettivazione autonoma del trust è assolutamente poco frequente nel panorama internazionale ed il punto di vista italiano che parte dall’idea che il trust sia un soggetto autonomo, forse deforma la percezione e la conseguente interpretazione dei fenomeni che nascono in altre giurisdizioni.

Uno dei pochi Stati con il quale ha senso la comparazione tributaria del trust interno a quello straniero è lo Stato di San Marino, dove è in vigore una sapiente legge sul trust e dove questo è considerato, come in Italia, un soggetto autonomo che entra nella convenzione contro le doppie imposizioni tra i due Stati, a cui non si applicano le disposizioni antielusive di cui alla norma del 2019. Ma al di fuori del caso di San Marino una comparazione fiscale tra enti italiani e stranieri è difficile da fare se non si tratta di società.

Il beneficiario italiano di un trust residente in un Paese a fiscalità privilegiata, seppur opaco, al momento in cui riceve le somme dal «trustee» è tassato con le regole Irpef ordinarie previste per i redditi di capitale, smentendo il meccanismo di opacità che abbiamo conosciuto fino ad oggi grazie all’art. 73 del Tuir. Tale regola di tassazione per cassa delle somme percepite con Irpef ordinaria non si applica al solo reddito percepito dai beneficiari, ma anche alla quota di patrimonio; quindi, su tutte le somme che il beneficiario riceve.

Questo a meno che non emerga da apposita documentazione contabile ed extracontabile prodotta dal «trustee» straniero che le somme ricevute provengono dal patrimonio dei beni in trust e, quindi, si possa chiaramente distinguere la componente reddituale ricevuta e da tassare con Irpef da quella patrimoniale.

La circolare 34/E/22 al punto 3.5 commenta queste regole molto delicate per il beneficiario italiano dando alcune indicazioni vincolanti per il trustee straniero, la cui omissione sono gravose.

Nel momento in cui l’Agenzia delle Entrate attribuisce al soggetto straniero, che quindi non è soggetto alle leggi italiane e può non avere alcuna consapevolezza di quale siano le regole fiscali da poco introdotte in Italia, l’onere di tenere una contabilità fiscale idonea a rappresentare secondo il nostro sistema cosa sia reddito
prodotto dai beni in trust e cosa sia patrimonio, una eventuale incapacità nella ricostruzione storica di questi dati contabili si ribalta sul conto fiscale del beneficiario italiano.

Il «trustee» straniero dovrebbe avere contezza dal momento della istituzione del trust dei redditi (ogni provento conseguito dal trust, compresi i redditi reinvestiti o capitalizzati) e del patrimonio (costituito dagli apporti del disponente o di terzi apportatori), al netto delle distribuzioni già effettuate.

Questa norma mette in serie difficoltà non solo il «trustee» con scarsi oneri di tenere contabilità, ma anche il «trustee» di un trust che è nato molti decenni addietro e per il quale, al di là della volontà delle parti, non sia materialmente possibile fare una ricostruzione a ritroso della contabilità del trust fino alla sua istituzione per ricostruire la genesi delle distribuzioni passate.

Immaginiamo la difficoltà di un «trustee» straniero che nel mentre si trova a valutare di fare delle attribuzioni ai beneficiari scopre che uno di questi ha deciso di spostare la sua residenza in Italia. È ragionevole che il «trustee» straniero possa, anche volendo, ricostruire la documentazione contabile storica del trust secondo
le leggi fiscali italiane perché il beneficiario ha deciso poco prima di spostare la sua residenza?

Perché il tenore della circolare al punto 3.5 letteralmente vorrebbe imporre al «trustee» straniero (è usato il termine «deve») di mantenere una contabilità analitica che distingua la quota di attribuzione effettuata al momento dell’apporto in trust, al netto di attribuzioni effettuate ai beneficiari, dalla quota di redditi maturata anno dopo anno, al netto anch’esso di attribuzioni fatte ai beneficiari.

Altro tema non affrontato dalla circolare è il periodo di decorrenza della norma del 2019. Periodo che non può essere altro che l’anno d’imposta successivo a quello in cui è stata emanata la legge e se così fosse la necessità di distinguere in base alle leggi italiane tra reddito e capitale del trust sorgerebbe solo dall’anno 2020 senzaretrocede fino alla data di istituzione del trust?

Lo scenario che ci aspetta dal punto di vista fiscale per i beneficiari residenti di queste strutture estere non è semplice.