La Validità del Trust “Inter Vivos” con Effetti “Post Mortem”: un’analisi giuridica alla luce dell’Ordinanza della Suprema Corte n.5073 del 17.02.2023

Con l’Ordinanza resa il 17.02.2023, la Suprema Corte ha ancora una volta confermato la validità e la legittimità dello strumento del Trust “inter vivos” con effetti “post mortem” -anche di tipo discrezionale- nel perseguimento dell’obiettivo di garantire continuità ad una gestione unitaria e coordinata di un gruppo di imprese familiari.

In particolare i Giudici Ermellini, con il menzionato provvedimento, nel rigettare le domande di nullità dell’atto istitutivo di un Trust e dei successivi atti di conferimento in esso di partecipazioni sociali, hanno ribadito un concetto dapprima sottolineato in dottrina e successivamente emerso nella prassi diffusasi anche in Italia, secondo cui il Trust è un istituto “polimorfo”, in quanto sebbene connotato dal tratto comune di essere un negozio gestorio con funzione attributiva, in concreto, può prestarsi ad attuare le più svariate finalità.

Come noto possono infatti essere istituiti Trust con funzione solutoria o, anche, Trust di garanzia, Trust con funzione di escrow agent, con funzione liquidatoria, oppure, come ormai sempre più spesso si riscontra, Trust di famiglia ed in cui il disponente trasferisce, in tutto o in parte, i propri beni al Trustee per provvedere nel tempo ai bisogni dei propri familiari, sino a giungere ad attribuire loro l’intero patrimonio al termine finale (fattispecie alla quale i Giudici hanno assimilato anche il Trust oggetto di causa).

Ed allora, rileva la Corte, “nel caso in cui l’intento del settlor sia quello appunto di avvantaggiare, all’esito dell’attività gestoria del Trustee, i beneficiari, l’opinione prevalente in dottrina è nel senso che si sia al cospetto di un atto che, seppur diverso per forma dalla donazione tipica, attua in realtà una liberalità, la quale è soggetta alla disciplina dell’art. 809 c.c. Trattasi peraltro di acquisizione che deve reputarsi consolidata anche nella Giurisprudenza di questa Corte che ha, nella sua più autorevole composizione, affermato che il –Trust inter vivos-, con effetti -post mortem-, deve essere qualificato come donazione indiretta, rientrante, in quanto tale, nella categoria delle liberalità non donative ai sensi dell’art. 809 c.c., poiché l’attribuzione ai beneficiari del patrimonio che ne costituisce la dotazione avviene per atto del -Trustee-, cui il disponente aveva trasferito la proprietà, sicché l’avvenuta fuoriuscita del -trust fund- dal patrimonio di quest’ultimo quando era ancora in vita esclude la natura -mortis causa- dell’operazione, nella quale l’evento morte rappresenta mero termine o condizione dell’attribuzione, senza penetrare nella giustificazione causale della stessa” (vedi anche Cass. S.U. n. 18831 del 12/07/2019).

Alla medesima conclusione è addivenuta anche la Giurisprudenza della sezione tributaria, affermando che l’istituzione di un Trust, con conferimento di immobili e partecipazioni sociali per una durata predeterminata o fino alla morte del disponente, i cui beneficiari siano i discendenti di quest’ultimo, è riconducibile alla donazione indiretta ed è soggetto all’imposta in misura fissa, atteso che la “segregazione”, quale effetto naturale del vincolo di destinazione, non comporta, però, alcun reale trasferimento o arricchimento, che si realizzeranno solo a favore dei beneficiari, successivamente tenuti al pagamento dell’imposta in misura proporzionale (Cass. n. 21614/2016; conf. Cass. n. 19167/2019; Cass. n. 29507/2020).

La riconduzione dell’istituto oggetto di causa nel novero delle liberalità non donative di cui all’art. 809 c.c. porta poi a dover ritenere, come sostenuto nell’ordinanza in commento, che la tutela dei diritti successori dei legittimari, asseritamente pregiudicati da tali atti sia eventualmente assicurata con l’esercizio dell’azione di riduzione, rimedio che determina la mera inefficacia dell’atto pregiudizievole, ma non anche la nullità, come peraltro ribadito dalla costante Giurisprudenza della Suprema Corte.
Infatti, si è nuovamente affermato che “gli atti di liberalità soggetti a riduzione non sono affetti da nullità o annullabilità ma sono, invece, validi, anche se suscettibili di essere resi inoperanti ed inefficaci in tutto o in parte, nei limiti in cui ciò sia necessario per l’eventuale integrazione della quota di riserva, attraverso l’esercizio del diritto potestativo dell’erede legittimario di chiederne la riduzione”.

Avv. Gianmarco Pelosi