Le dinamiche di concentrazione della ricchezza in Italia

L’Italia è uno dei paesi nel mondo con il più alto rapporto ricchezza/reddito. Tuttavia la conoscenza della distribuzione dimensionale della ricchezza è attualmente limitata.

Di seguito vi riportiamo il testo completo del confronto con il dott. Salvatore Morelli sulla concentrazione della riccchezza privata in Italia.

Le
dinamiche di concentrazione della ricchezza in Italia

 

Paolo Gaeta

 

Il gettito complessivo che l’Italia
ottiene dalle imposte di successione è dello 0,06% sul totale delle entrate
fiscali ogni anno.

L’1% più ricco detiene circa ¼ della ricchezza netta
del paese (trend in crescita) – il 90% più povero detiene circa il 38% (trend
in calo) – 34,4% della popolazione dichiara di non essere in grado di sostenere
una spesa inattesa (Eurostat).
Il
50% dei cittadini più poveri della popolazione adulta hanno subito il calo più
marcato della ricchezza.

In assoluto l’Italia incassa circa 820mln
di euro all’anno contro i 14,3mld della Francia e dei 2,7mls della Spagna
(quella con il gettito minore dopo l’Italia).

 

Ad aprile ’21 è stata pubblicata una interessante
ricerca sulla concentrazione della ricchezza familiare in Italia dal 1995 al
2016[1]  che potete trovare
a questo link.

Se da un lato si intuisce facilmente che saranno
necessari interventi strutturali per comprendere come declinare il concetto di
capacità contributiva alla luce di questi nuovi assetti, d’altro sembra che fino
ad ora la discussione sia demagogicamente limitata tra chi è a favore o contro
l’imposta patrimoniale (elucubrata ciclicamente), l’incremento delle aliquote dell’imposta
di successione, oppure l’abbassamento delle franchigie.

Le riflessioni sono complesse e abbiamo provato ad
affrontarne alcune con
il
dott.
Salvatore Morelli co-autore della ricerca “The
Concentration of Personal Wealth in Italy 1995-2016”
pubblicata dal The
Graduate Center City University of New York[2].

Il momento richiede che il tema sia discusso senza pregiudizi
per evitare che scelte politiche improvvisate riescano, prima o poi, a
introdurre soluzioni che possano danneggiare il debole sistema economico
finanziario italiano.

C’è da
augurarsi che in futuro ci siano altre ricerche che possano proporre argomenti
di confronto e discussione anche da diversi punti di vista di misurazione del
fenomeno della concentrazione della ricchezza.

Testo
completo del confronto con il dott. Salvatore Morelli.

 

D:

Salvatore Buongiorno, parliamo di
ricchezza delle persone fisiche. Il tema è molto caldo, i numeri di cui ci
parlerai, raccontano di una situazione che in Italia, come anche negli Stati
Uniti sotto all’attuale presidenza Biden, è al centro di molte attenzioni da
parte degli operatori finanziari e politici. Com’è nata l’idea di questa
ricerca e qual è la posizione dell’Italia nella classifica sull’accumulo della
ricchezza nel panorama internazionale che viene fuori dalla vostra ricerca.

 

R:

Grazie, buongiorno, l’idea della ricerca
è quella di avere un’idea un po’ più precisa su come siano effettivamente
distribuiti i patrimoni delle famiglie italiane e quindi anche tra gli
individui. In particolare, vogliamo capire come sia distribuito l’intero stock
di patrimonio stimato nei conti patrimoniali del settore delle famiglie che
identificano il nostro Paese un totale di circa 8500 miliardi di patrimonio
netto, cioè la somma di attivi finanziari immobiliari al netto
dell’indebitamento.

I risultati principali del nostro lavoro
suggeriscono come da un lato il nostro Paese sia stato un po’ investito da una
vera e propria inversione delle fortune a partire dalla metà degli anni 90 ed è
un periodo particolare perché segnato da una grande stagnazione dei redditi un
susseguirsi anche da due gravi crisi finanziarie e recessioni economiche, poi
rafforzate anche dalla crisi del debito. In altre parole, è sempre di più il patrimonio
che si concentra nelle mani di un piccolo gruppo della popolazione. In confronto
ad altri Paesi il livello di concentrazione di ricchezza che noi stimiamo e
osserviamo per l’Italia sembra essere oggi in linea con gli altri paesi europei
come Francia, Spagna e Germania, però l’evoluzione temporale, quindi il trend
temporale osservato, sembra più vicino a quello riscontrato negli Stati Uniti. L’Italia
appare come un paese con una classe medio-alta relativamente forte, parliamo
del 40%, subito al di sotto del 10% più ricco, mentre la quota del 50% più
povero, composta da venticinque milioni di individui, ha sperimentato il più
forte declino che noi osserviamo dalla metà degli anni 90 se confrontato con
gli altri paesi. L’aspetto interessante del nostro lavoro è che per la prima
volta, scattiamo una fotografia diversa da quella che riusciamo a stimare
attraverso l’unica fonte di dati finora a disposizione che era l’indagine
campionaria sui bilanci delle famiglie gestite dalla Banca D’Italia e queste
dinamiche di crescita della disuguaglianza semplicemente non appaiono con
questi dati. Nel nostro lavoro, invece, utilizziamo una nuova fonte di dati mai
esplorata finora e si tratta dei registri della dichiarazione di successione
che forniscono il nostro paese una fotografia dei possedimenti di ricchezza che
passano di mano alla morte e che vengono dichiarate all’Agenzia delle Entrate.

 

D:

Quale fotografia esce fuori della
ricchezza individuale in termini di crescita nel lungo periodo, anche
turbolento, che avete analizzato dal 1995 al 2016? Ci dai anche qualche dato
interessante per profilare in maniera un po’ più dettagliata il settore della
popolazione con un focus sugli UHNWI?

 

R:

Si, come hai accennato brevemente prima,
la dinamica principale di lungo periodo è una dinamica di crescita di
concentrazione della ricchezza nei segmenti di popolazione più ricche, andando
un po’ più a fondo nei risultati stimiamo che, per esempio, la quota di
ricchezza del 1% degli adulti più ricchi del paese è aumentato dal 16% nel 1995
al 22% nel 2016. Parliamo di circa 500mila adulti con almeno 1,4 milioni di
euro, con una ricchezza netta media di circa 4 milioni di euro. Cioè in altre
parole, di quei 8500 miliardi di euro di patrimonio netto aggregato che
menzionavo prima, questo gruppo ne possiede oggi circa 1700 miliardi, quel 1%
più ricco della popolazione. Ma il nostro studio permette anche di andare un
po’ più a fondo e differenziare anche i più ricchi tra i ricchi, ad esempio,
possiamo osservare la quota di ricchezza spettante allo 0.1% dei più ricchi
della popolazione, circa 50mila individui. In questo gruppo ha visto
raddoppiare la sua ricchezza netta da circa 7,6 milioni di euro a 15 milioni di
euro dal ‘95 al ‘16, mentre, ad esempio, giusto per un confronto, il 50% per
cento più povero di cui parlavo prima controllava il 12% della ricchezza totale
nel ‘95 scesa a circa il 3,5 % negli anni recenti. Si tratta di un calo di
circa 80% della ricchezza netta media da 27 mila euro a 7 mila euro a prezzi
costanti nel 2016 e possiamo ancora addirittura ulteriormente ingrandire
l’osservazione andando un po’ più a fondo nel gruppo dei più ricchi; ad
esempio, possiamo arrivare al gruppo dei cinquemila adulti più ricchi, lo
0,01%. Questo gruppo ha almeno un patrimonio netto di minimo 20 milioni di
euro, con una media di 80 milioni di euro. Questo gruppo ha visto la quota di
ricchezza più che raddoppiare sul totale da circa il 2% nel ‘95 al 5% nel ‘16 e
questi numeri sono ovviamente ancora più grandi se dovessimo distribuire le
stime dei miliardi di euro di patrimoni finanziari detenuti nei conti offshore
che noi non riusciamo a catturare nei dati di contabilità nazionale, parliamo
di circa 170 miliardi di euro ai giorni nostri, pari circa il 10% del prodotto
interno lordo. Bene, se noi distribuissimo questa quantità di patrimoni
finanziari detenuti nei conti offshore a gruppo della popolazione, ebbene la
soglia per entrare all’interno di questo gruppo raddoppierebbe da circa venti a
quaranta milioni di euro.

 

D:

Ci puoi parlare delle determinanti
dell’accumulazione e della concentrazione?

 

R:

Sì, questo è un punto importante. Ad
esempio, noi riusciamo non solo a osservare che i ricchi abbiano un patrimonio
più sostanzioso, ma anche un portafoglio sostanzialmente  diverso; ad
esempio più dell’80% del patrimonio dei cinque adulti più ricchi sono detenuti
in attività finanziarie di impresa, mentre l’1% più ricco detiene il 60% dei
patrimoni in immobili e chiaramente riuscire a differenziare i ricchi dagli
ultraricchi, dunque, appare anche cruciale non solo per stimare questa
eterogeneità, ma anche per capire quali siano le determinanti di accumulazione
ed a cosa possa guidare queste dinamiche. Infatti, in linea con questi
risultati possiamo dire che osserviamo che le quote di ricchezza, soprattutto
quelle più elevate, sono guidate dalla dinamica dei patrimoni finanziari. In
altre parole, i rendimenti di questi titoli finanziari e dei risparmi hanno
guidato queste dinamiche, mentre l’accumulo di patrimoni immobiliari, invece
sembra avere avuto un effetto di stabilizzazione delle dinamiche
concentrazione. Ma l’accumulazione di ricchezze non avviene solo per il cambio
di risparmio, per la variazione dei prezzi dei titoli degli immobili, avviene
anche per trasferimento di ricchezza ricevuti nel corso della vita. Noi ci
soffermiamo abbastanza su questo canale per la sua rilevanza sostanziale. Per
esempio, noi possiamo sapere che buona parte delle grandi fortune è frutto di
risparmi e di attività imprenditoriali. Riusciamo a vedere chiaramente come
emerge un ruolo sempre più crescente l’eredità delle donazioni in vita. Quindi
confermiamo in un certo senso i risultati di un altro studio di cui avevamo già
parlato insieme in un altro podcast fatto assieme ad ottobre del 2020.

E inoltre mostriamo anche da un lato,
come una percentuale sempre più bassa di eredità milionari viene soggetto a
tassazione oggi rispetto alla metà degli anni 90 e quindi è diminuito
sostanzialmente l’onere fiscale medio su questi lasciti milionari.

 

D:

A proposito di questo, qual è il ruolo
delle imposte su questi grandi patrimoni in questo scenario attuale? In
prospettiva quale può essere e quali le implicazioni del vostro lavoro nel
panorama del dibattito nazionale e internazionale attorno a questi argomenti?

 

R:

A dirla tutta, la corretta attuazione
della distribuzione della ricchezza, sicuramente un primo passo per parlare poi
seriamente di fisco e di imposte sul patrimonio. La misurazione era esattamente
l’obiettivo della ricerca di cui abbiamo parlato. Parliamo adesso di
tassazione, usciamo un po’ dal perimetro di questo studio, per orientarci in
questo dibattito, comunque controverso ma assolutamente necessario, ci sono un
paio di cose da ribadire secondo me. Innanzitutto, l’Italia è da anni in una
fase di stagnazione dei redditi, mentre il peso dei patrimoni è continuato a
salire. Siamo oggi uno dei paesi con il più alto rapporto tra ricchezza e il
reddito del mondo sviluppato, se il totale del reddito disponibile delle
famiglie vale 1150 miliardi, abbiamo detto prima, il totale invece del
patrimonio vale 8500 miliardi, quindi stiamo parlando di un rapporto di sette a
uno e questo rapporto è triplicato negli ultimi quaranta. Invece, a fronte di
questa crescita del peso dei patrimoni, non è invece cresciuto
proporzionalmente la quota di introiti fiscali che è dovuta a prelievi sui
patrimoni e quindi esiste banalmente un margine di azione in questo senso. Il
secondo punto che vale la pena ribadire è che esistono diversi modi di passare
il patrimonio, alcuni più diretti di altri. Bisognerebbe, secondo me, prenderli
un po’ tutti questi modi in considerazione per ponderare bene i pro e i contro,
a partire dalla tassazione del trasferimento di ricchezza di cui parlavamo
prima, quelle riferite alle donazioni. Questa forma di tassazione, almeno
storicamente, è tra le prime forme di tassazione create in generale e anche tra
le prime ad essere anche generalmente apprezzate da varie culture politiche,
perché abbraccia obiettivi di giustizia sociale da un lato, garantendo
uguaglianza e opportunità pari riducendo gli squilibri e garantendo anche
obiettivi di efficienza economica, banalmente migliorando la allocazione del
capitale produttivo, magari favorendo anche la cessione di attività imprenditoriali
al di fuori della sfera familiare.

Infatti, noi sappiamo che si può
ereditare facilmente un’impresa, ma non necessariamente la capacità di gestirla
al meglio e poi anche compatibile con obiettivi di democrazia liberale, perché
riducendo il peso della ricchezza dinastica si tende un po’ a distorcere meno
le dinamiche democratiche. In Italia ci sarebbe ancora da fare, perché il
nostro sistema tributario vede con molto favore i lasciti ereditari e le
donazioni e nel panorama internazionale l’Italia è oggi uno dei paesi che tassa
questi trasferimenti in modo un po’ più timido. Ad esempio, trasferimenti tra
genitori e figli nel nostro paese sono tassati con un’aliquota proporzionale
del 4% sopra 1 mln di euro. In tanti altri paesi avanzati come Uk, Francia,
Germania, Giappone, Corea del Sud, l’aliquota massima arriva anche al 50/55%.
Proprio un paio di giorni fa gli eredi della grande industria multinazionale
Samsung hanno annunciato un pagamento di un’imposta sui lasciti ereditari di
circa 11 mld di dollari.

 

D:

Pari a circa il cinquanta per cento del
valore del patrimonio del fondatore della Samsung stimato in circa 22 miliardi,
siamo a livelli davvero altissimi di vera redistribuzione.

 

R:

E infatti proprio su questo punto avevamo
avanzato un anno fa una proposta di riforma dell’imposta di successione
italiana, che diventi più progressiva, faccia pagare meno persone, ma che poi
riesca a spostare il carico fiscale soprattutto su chi riceve fortune
milionarie avvicinando però anche l’aliquota massima ad altri paesi sviluppati,
si puo’ fare, garantendo anche il diritto alle famiglie di provvedere ai propri
figli con delle soglie di esenzioni sostanziose. Per esempio, noi avevamo
proposto 500 mila euro, che ricordiamolo, è un livello di ricchezza sostanziale
perché permette a conti fatti con i dati che ho menzionato prima di entrare nel
sei per cento più ricco degli italiani, ma tassare i trasferimenti chiaramente
non è l’unico modo. Si possono tassare i rendimenti del patrimonio, alcuni
redditi da capitale, come i dividendi, le plusvalenze, ma anche gli affitti. Si
possono tassare in questo senso i flussi di reddito generati dal patrimonio e
facendolo si riducono anche i rendimenti del patrimonio. Questo è l’esempio
legato alla proposta dell’amministrazione Biden che ha proposto di aumentare le
imposte sui capital gain negli Stati Uniti. Un aspetto negativo di questo
approccio è che l’imposta si potrebbe facilmente evitare in un certo qual
senso, prolungando la proprietà degli asset fino alla morte dove i capital
gain
vengono azzerati. Oppure prolungando fino a quando un’altra
amministrazione cambierà nuovamente le regole. Bisognerebbe in altre parole, provare
a tassare i capital gain non realizzati. Esiste poi la possibilità anche
delle patrimoniali vere e proprie. Qui ci sono due approcci sostanzialmente o
tassare le cose, quindi diversi tipi di asset separatamente, come il caso delle
patrimoniali all’italiana, cioè si pagano le imposte di bollo sui conti, ma non
si sommano questi asset in capo alla persona. Invece l’approccio alternativo
sarebbe quello dell’imposta patrimoniale personale, cioè l’approccio, un po’
più controverso, quello più dibattuto. Ma anche qui ci sarebbero due
possibilità ulteriori:l’implementazione o una tassa one-off. Cioè una tassa una
tantum oppure un’imposta ricorrente annuale. Chiaramente, in questo senso, le
implicazioni distorsive di natura comportamentale potrebbero essere completamente
diverse, quindi sono tante le questioni aperte, ma un aspetto che bisognerebbe
tenere in conto è che esiste ad esempio, come suggeriscono alcuni scienziati
delle finanze americani, un numero cospicuo di milionari le cui aziende non
distribuiscono dividendi sufficienti, che realizzano pochissimi capital gain,
ricevono salari relativamente bassi e soprattutto le cui aziende pagano imposte
molto basse sui profitti d’impresa. Quindi nessuno degli approcci tradizionali di
tassazione risolverebbe questo problema di bassa aliquota media, di questi
individui che si sottraggono in un certo qual senso alla progressività del
sistema tributario e questo problema potrebbe essere risolto da un’imposta
temporanea sui capital gain non realizzati, quindi quelli maturati o con
un’imposta patrimoniale personale.

Ovviamente su tutto questo in Italia
siamo ancora molto lontani da averne discusso in maniera approfondita e
sicuramente questo è il primo passo.

 

D: Grazie Salvatore per gli spunti di
riflessione. Il tema deve essere trattato senza pregiudizi e con grande
conoscenza tecnica, ma soprattutto sviluppato in un contesto di equilibrio e
rinnovamento delle regole fiscali italiana, che vadano nella direzione indicata
anche dal piano europeo NEXT GEN/PNRR.

 

R: Piacere mio Paolo.

 



[1] Autori
il dott. Salvatore Morelli,
Paolo Aicadi, Facundo Alvaredo –
“The Concentration of Personal Wealth in Italy
1995-2016” pubblicato dal The Graduate Center City University of New York.

[2] Per chi
volesse ampliare l’ambito della ricerca, suggerisco, inoltre, il best seller
“Il Capitale nel XXI secolo” di Thomas Piketty edito da Bompiani nel 2013.