Tax Talks n.4 – Pandemia vs residenza fiscale, con Luca Valdameri

Luca Valdameri è Dottore commercialista da molti anni partner dello Studio Pirola Pennuto Zei & Associati, specializzato in assistenza e pianificazione fiscale di famiglie, persone fisiche e dipendenti di società multinazionali (expatriates).  Con il dott. Valdameri discutiamo di mobilità internazionale. Inparticolare delle conseguenze tributarie dovute alle leggi emanate a causa della pandemia per i soggetti expatfrontalieri o comunemente denominati cross-border
Persone che per ragioni di lavoro, scelte di vita o di famiglia hanno la residenza in uno Stato, ma sono domiciliati o lavorano in altro Stato. 
Nello scenario che si è creato in questo 2020 di smart working il luogo di lavoro di molte persone si trova in uno Stato diverso da quello di residenza. Chi per scelta chi perchè obbligato, milioni di persone non lavorano nei tradizionali uffici e di questi uno quota significativa dimora in Stati diversi da quello di residenza. Quali sono le conseguenze fiscali dello smart working “abroad”? 
Entrano in crisi le norme fiscali, del lavoro e contributive? E se questo scenario si protrarrà anche durante il 2021?
 
Trascrizione:

Benvenuti nello spazio TaxsTalks dello Studio Paolo Gaeta, un’area dedicata a commenti, interviste ad esperti di diritto tributario per comprendere meglio insieme come funziona e in che direzione si muove il sistema fiscale italiano. Idee, riflessioni e confronti di valore. Collegatevi al sito www.studiogaeta.com per ascoltare i nostri podcast ed essere aggiornati sulle iniziative dello studio.

 

Per il podcast di oggi abbiamo Luca Valdameri con noi, dottore commercialista, da molti anni partner dello studio Pirola Pennuto Zei & associati, specializzato in assistenza e pianificazione fiscale di famiglie, persone fisiche e dipendenti di società multinazionali. Con il Dottore Valdameri discutiamo di immobilità internazionale, in particolare delle conseguenze tributarie dovute alle leggi emanate a causa della pandemia per i soggetti expat o comunque denominati cross-border. Persone che per ragioni di lavoro, scelte di vita di famiglia hanno la residenza in uno Stato ma solo domiciliati o lavorano in un altro Stato. Nello scenario che si è creato in questo 2020 di smart working, il luogo di lavoro di molte persone si trova in uno Stato diverso da quello di residenza. Chi per scelta, chi perché obbligato, milioni di persone non lavorano nei tradizionali uffici e di questi una quota significativa vivono in stati diversi da quello di residenza. Quali sono le conseguenze fiscali dello smart working abroad? Entrano in crisi le norme fiscali del lavoro e contributive? E se questo scenario si protrarrà anche per il 2021?

 

Domanda: Buongiorno dottore grazie davvero di partecipare a questo podcast della serie tax talks. Cosa è successo da quando la pandemia ha costretto ad inserire regole rigide negli spostamenti internazionali per le persone fisiche, soprattutto in tema di stabile organizzazione personale place of management?

 

Risposta: Innanzitutto grazie per questa opportunità. Paolo, lo stato d’emergenza come creato dalla pandemia ha sollecitato le autorità mondiali all’adozione di misure eccezionali che hanno limitato la mobilità internazionale. Quindi, per la prima volta direi, le autorità internazionali nostre prima di tutto e poi via via le autorità nazionali si sono trovate ad affrontare delle tematiche legate alla presenza fisica di persone in uno Stato un po’ contro la loro volontà. Quindi gli esempi più frequenti sono ad esempio gli espatriati che sono rientrati nei propri paesi di origine, pensiamo agli italiani, ad esempio, distaccati in Cina con la prima ondata di coronavirus che ha investito la Cina che sono di corsa rientrati in Italia, che sono solo potuti rientrare magari dopo la pausa estiva a settembre, oppure espatriati che sono rimasti bloccati e contro la loro volontà nel paese sede di lavoro. Sempre lo stesso esempio italiano chi è rimasto in Cina, che non è potuto rientrare. Poi ci sono lavoratori normali, quindi che hanno deciso volontariamente di trasferirsi all’estero ritenendolo più sicuro. L’italiano che ha la casa alle Baleari, l’italiano che ha la casa in Svizzera e che ha deciso di lavorare in smart working dalla propria abitazione. E infine direi è il caso tipico emblematico è quello di frontalieri, l’Italia ha frontalieri con Francia, Svizzera, Austria eccetera eccetera che non sono potuti rientrare giornalmente e recarsi al lavoro. Quindi hanno continuato a svolgere la loro attività dal proprio paese di residenza. Quindi tutte queste situazioni eccezionali mettono a dura prova le normative nazionali e internazionali. Come dicevi in materia di residenza, place of management e stabile organizzazione perché tutte queste normative si basano essenzialmente sul luogo di svolgimento fisico dell’attività lavorativa e di permanenza del lavoratore. Quindi in generale queste normative non prevedono delle situazioni, come dire di lavoro remoto, di smart working, ma tutte le convenzioni internazionali e le norme nazionali fanno riferimento alla fisicità della persona fisica e al luogo dal quale la persona fisica, ad esempio, impartisce istruzioni. 

 

Domanda: Bene, bene, volevo approfittare per fare, se possibile altre due domande. La prima è se sono state previste delle regole speciali dalle autorità fiscali per cercare di limitare le conseguenze della mobilità, della immobilità, anzi internazionale.

 

Risposta: Allora, le autorità si sono mosse un po’ in maniera come dire, autonoma, sostanzialmente l’OCSE, fin da quando è stato dichiarato lo stato di emergenza a livello internazionale, no delle autorità sanitarie, si è attivata moltissimo per cercare di dare una chiave di lettura, di interpretazione alle convenzioni internazionali, che poi sono quelle che disciplinano i rapporti bilaterali tra paesi. Quindi l’OCSE ha diffuso a marzo e aprile una raccomandazione indirizzata ovviamente ai paesi aderenti dell’OCSE, tra cui l’Italia, ipotizzando tutta una serie di casistiche, quelle che citavo prima e praticamente il principio generale, visto che c’è questa situazione di forza maggiore cioè a causa di forza maggiore, ha sostanzialmente invitato i paesi aderenti a non considerare le situazioni ai fini dell’applicazione delle norme interne. Quindi sostanzialmente una serie di casistiche dice al fine dell’individuazione della stabile organizzazione. Il telelavoro da casa non dovrebbe creare un rischio di permanent establishment se condotto in buona fede. Quindi sostanzialmente dice il lavoro da casa, dal proprio paese di residenza non deve diventare la normalità, non deve diventare una situazione abituale. Quindi viene tollerato invece il paese a tollerare questa situazione, oppure in presenza di soggetti apicali che dirigono da casa l’impresa situata in un altro paese, di non tenere conto dei periodi di soggiorno forzato che abbiano natura temporanea e straordinaria, in inglese si dice “no usual e ordinary” al fine di individuare l’effettivo place of management. Quindi il principio base è sempre quello, ad esempio nel caso di lavoratori cross-border, cioè frontalieri, ha invitato i paesi ad adottare misure di coordinamento bilaterale e anche questo lo stesso principio vale ai fini dell’acquisizione della residenza fiscale. Quindi l’OCSE dice che se una persona che abitualmente, faccio un esempio, residente in Italia, che è rimasta bloccata in Francia e fa fatica a rientrare, quindi non ci sono solamente limitazioni normative, ma diventa una questione di opportunità, dice all’autorità di non considerare questi periodi ai fini dell’acquisizione della residenza. Quindi sulla base di questi principi, poi, tanti paesi hanno adottato in via interpretativa, direi le raccomandazioni dell’OCSE, anzi alcuni l’hanno anticipata. Quindi l’Irlanda, il Regno Unito e l’Australia hanno discusso delle linee guide ancora prima della raccomandazione OCSE e poi via via si sono aggiunti altri paesi come la Grecia, la Francia, gli Stati Uniti, La Russia, l’India, il Canada e l’Austria. L’Italia in questo che cosa ha fatto? Dal punto di vista di circolare interpretative che recepissero l’OCSE al momento non mi risultano prese di posizioni. Però indirettamente possiamo ricavare il pensiero dell’autorità fiscale italiana in base agli accordi integrativi che l’Italia ha fatto con i paesi confinanti, ha fatto un accordo con la Svizzera e un accordo con l’Austria e un accordo con la Francia. Quindi nonostante l’Italia non abbia preso una posizione definita, se io vado a vedere ad esempio l’accordo con la Svizzera che integra la convenzione contro la doppia imposizione, sostanzialmente cosa fanno l’italia e la Svizzera, richiamano esattamente gli stessi principi OCSE. Quindi ritengono che la pandemia legata al covid-19 di natura straordinaria è richiedere l’introduzione di misure eccezionali, eccetera eccetera. E quindi dice in via eccezionale provvisoria si accetta, ad esempio, che fine dell’applicazione dell’accordo del 3 ottobre 74 sui frontalieri. I lavoratori che sono di fatto rimasti bloccati in uno dei due paesi senza rientrare quotidianamente sono comunque considerati i frontalieri ai sensi dell’accordo. E tutti questi accordi che ha fatto con l’Italia sono come dire rinnovati automaticamente salvo che le autorità vi pongano fine.

 

Domanda: Ecco, Luca visto che hai introdotto il tema aziendale ma in conclusione volevo chiederti com’è cambiata, se è cambiata, l’organizzazione delle aziende multinazionali per adattarsi alle esigenze tributarie indesiderate provocate dalla pandemia.

 

Risposta: Allora qua secondo me ci sono due considerazioni da fare, la prima è che in generale le raccomandazioni dell’OCSE e gli accordi bilaterali, le circolari dei vari Stati in realtà considerano la pandemia una situazione temporanea. Quindi, a mio avviso, a monte il vero problema è se questa situazione di blocco, comunque di riduzione della mobilità internazionale, possa diventare una situazione permanente o ancora la consideriamo temporanea. Perché noi, Paolo, stiamo parlando di una situazione che è nata a marzo siamo a settembre e comincio come dire, a tentennare. No, incomincio a dire: ma questa situazione è temporanea o permanente? Perche’ o cambiamo le norme o non basta più in via interpretativa l’OCSE e vari paesi che dicono di tollerare questa situazione. Io penso che gli strumenti interpretativi non siano più sufficienti se questa situazione dura per tutto il 2021 e quindi questo si riflette anche e che era un po’ la tua domanda sulla questione di organizzazione aziendale. Allora molte aziende ancora non sono tornate in ufficio, quindi i dipendenti non sono tornati a occupare gli uffici. Molte multinazionali, per quanto mi costa la mia visibilità sono adesso rientrate alcune al venti percento di personale in presenza fisica e hanno però intenzione di continuare questa situazione un po’ ad oltranza, quindi di continuare a permettere alle persone di lavorare da casa con gli strumenti telematici, chi usa Teams, chi usa zoom e quindi sta diventando la nuova normalità. Quindi il vero tema è se questo diventa il nuovo assetto organizzativo permanente, a parte tutte le tematiche giuslavoristiche che una situazione di questo tipo può comportare, a livello fiscale non esiste una soluzione della soluzione quest’anno e non ne teniamo conto perché non è la nuova normalità, non è una situazione abituale. La mia impressione e’ che stiamo andando verso una situazione abituale. Quindi magari non è un tema del 2020, ma sicuramente nel 2021 le stesse multinazionali si dovranno porre il problema dal punto di vista fiscale, dal punto di vista previdenziale, dal punto di vista giuslavoristico e dal punto di vista, come si diceva prima, di permanent establishment e di place of management, specialmente se le figure apicali sono dislocate in paesi diversi da quello dove avevano la sede di lavoro. E questo anche sotto il profilo dell’immigrazione, in alcuni paesi se tu non lavori non hai diritto ad avere il permesso di soggiorno. Quindi se tu non vai in Cina ma dirigi l’azienda cinese, la tua controllata cinese dall’Italia, hai un tema italiano di stabile organizzazione e poi un tema cinese perché tu in Cina non ci puoi andare se non hai un visto di ingresso, un permesso di soggiorno. Quindi la situazione secondo me è complicata e a meno di trovare una soluzione a breve diventerà sempre più complicata senza interventi normativi.

 

Domanda: Benissimo! Grazie al dottor Luca Valdameri, grazie per il tuo tempo, e immaginiamo che nei prossimi mesi si dovrà fare un altro po’ da casa su questo tema, perché probabilmente queste tematiche mettono in crisi le regole ordinarie che sono tributarie, legate a questi argomenti che sono estremamente legati alla fisicità allora.

 

Risposta: Si si direi che un followup bisogna farlo perché secondo me stiamo entrando, come dire, in territori fiscali inesplorati.

 

In bocca al lupo a tutti quanti allora.

 

Ciao Paolo buona giornata e grazie a tutti

 

Per ascoltare le TaxTalks potete collegarvi al sito www.studiogaeta.com  Per essere contattati scrivete a info@studiogaeta.com 

Lascia un Commento