Trust Talks n.5 – Il Trust, Angelo Busani

Oggi discutiamo di trust con il notaio Angelo Busani che da molti anni segue il mondo del trust e wealth management. Il dott. Busani è autore di una moltitudine di articoli pubblicati su “Il Sole 24 Ore” e numerosi testi, almeno 25,  di cui l’ultimo appena pubblicato dalla Cedam Wolter Kluwer sui trust interni. 

Le Trust Talks sono incontri audio organizzati dallo Studio Paolo Gaeta (Milano – Napoli).

 

Trascrizione:

L’Italia ormai ha un’esperienza trentennale nell’uso dei Trust. Lo Studio Paolo Gaeta lancia la serie podcast TrustTalks con l’obiettivo di condividere con i maggiori esperti italiani e internazionali le esperienze maturate fino ad oggi e per comprendere usi e applicazioni dei trust oltre le prospettive di sviluppo del wealth management. Queste e le prossime TrustTalks le potete trovare sul sito www.studiogaeta.com.

 

Il nostro viaggio nel mondo del trust del wealth management continua nella direzione di incontrare più grandi esperti europei del settore. Oggi abbiamo ospite nel nostro podcast un giurista che da molti anni segue questo mondo, autore di una moltitudine di articoli pubblicati su “Il Sole 24 Ore” e numerosi testi, almeno venticinque, di cui l’ultimo appena pubblicato sui trust nell’ambito della biblioteca del wealth management della Cedam, il notaio in Milano Angelo Busani

 

Domanda: Notaio Busani buongiorno è davvero un piacere oggi poter dedicare questo nostro podcast al suo ultimo libro, “Il trust: istituzione, gestione e cessazione”. Il tema, come sappiamo è davvero molto ampio, tocca innumerevoli aspetti del diritto civile, consuetudinario, comune. Ma per prima cosa ci può dire qual è oggi la diffusione del trust in Italia dal suo punto di vista?

 

Risposta: Grazie innanzitutto per questa opportunità per presentare il libro, la diffusione del trust in Italia è sicuramente una diffusione soddisfacente, nel senso che operando professionalmente in questo campo vediamo attenzione per questo problema. Certo non è uno strumento di massa. Certo non è a portata di tutti. Certo, ci vuole una certa sofisticazione, una certa apertura mentale, quindi questo riduce il numero dei casi. Però vedo una buona sensibilità, una buona attenzione per il problema. Perché poi alla fine questo strumento, che sembrava strumento esotico per furbi, per scaltri, per chissà quale ingegneria, invece si presta a finalità veramente utili e risolve tanti problemi.

 

Domanda: Benissimo nel suo libro, che è davvero corposo, complimenti, un capitolo è dedicato ai possibili impieghi del trust, ci racconta nell’ambito della sua esperienza. Quali sono la fattispecie più interessanti di applicazione? Quelle più ricorrenti?

 

Risposta: Allora più ricorrenti sono le pianificazioni successorie e a ruota vanno le esigenze di protezione di patrimoni appartenenti a soggetti che hanno ruoli delicati, tipo imprenditori, tipo manager, tipo professionisti. Poi vi è una quota a tutela di un disabile e per fortuna trovano nel trust un istituto di protezione della disabilità specie per quando il disabile ha poco appoggio familiare per il fatto o di non avercelo o per il fatto che perde l’appoggio familiare in quanto i genitori prima o poi lo lasciano.

 

Domanda: Ma a proposito di questo, secondo lei esiste un approccio giusto da parte di un cittadino che vuole avvicinarsi a delle operazioni di wealth management? In particolare ai trust? Esiste una postura che è più opportuno che il cliente prenda? Nel pianificare queste operazioni?

 

Risposta: Direi di no. L’unica, cosa che bisogna capire bene, è questa: il trust è un affidamento del proprio patrimonio, di una parte di esso a un altro soggetto che si chiama trustee, al quale viene dato un programma da svolgere con sua discrezionalità. Il fatto che il trustee svolga questo programma e non lo possa svolgere invece il disponente, cioè colui che istituisce il trust. Questo è il nocciolo del trust, cioè il trust serve a chi non può svolgere, ad esempio per l’età avanzata un certo programma verso un certo patrimonio e trova una soluzione nello svolgere quel programma, affidando questo patrimonio a un trustee. Faccio l’esempio del disabile per spiegarvi ipotizziamo che se io fossi un genitore ottantenne, ho un figlio disabile di trent’anni ho provveduto negli scorsi trent’anni io al disabile, ma so che non potrò provvedere a lungo. Ecco che affidando il mio patrimonio al trustee e dicendo al trustee pensa tu al disabile, ecco a cosa mi serve il trust. Serve a proiettare un patrimonio al di fuori di me e darlo in gestione a un soggetto che è il trustee e che raggiunge uno scopo che non potrei mai raggiungere, questo è il trust, se non c’è questa esigenza non c’è bisogno del trust, se c’è questa esigenza l’unico strumento plausibile è il trust.

 

Domanda: Ecco, volendo andare un poco più sul tecnico parlando di legge di riferimento, sappiamo che il trust interno deve necessariamente prevedere una legge straniera di riferimento perchè la convenzione dell’Aia che ne consente l’utilizzo in Italia non è una legge sul trust, è un vettore dei trust esteri, che si possono evidentemente applicare anche in Italia, secondo la sua esperienza, quale legge di riferimento più ricorrente. E poi se posso chiedere un commento sulla legge di San Marino abbastanza recente ed è l’unica scritta in lingua italiana.

 

Risposta: Allora il 95% della legge straniera utilizzata è la legge di Jersey. Perché la legge di Jersey? Perché il primo che ha fatto trust in Italia ha usato la legge di Jersey e tutti gli siamo andati dietro? Perchè  già è difficile conoscere la legge italiana, immaginiamoci la legge di un altro ordinamento. Conoscere la legge di più ordinamenti è problematico e chi dice che le conosce francamente dice una bugia. La legge di Jersey è utilizzata anche perché è scritta in un inglese commerciale e non tecnico, quindi abbastanza comprensibile. La legge di Jersey si usa perchè contiene quasi tutte disposizioni derogabili, contiene pochissime norme inderogabili e quindi scrivendo un atto ai sensi della legge di Jersey, non è facile incorrere in nullità. Cioè è difficile incorrere in nullità, proprio perché la maggior parte delle norme sono derogabili, quindi si rendono disponibili a un aggiustamento nel caso detto. Sulla legge di San Marino, indubbiamente ha pregi perché è scritta in italiano, perché è scritta da persone che sapevano cosa stavano facendo, da persone che sapevano i problemi che si pongono nell’applicazione pratica e quindi hanno inteso risolverli, ha un po’ lo svantaggio che favorisce un po’ i professionisti di San Marino, attrae i trust territorialmente in quell’ambito e quindi costringe a qualche piccolo onere in più rispetto all’utilizzo di altre leggi.

 

Domanda: È chiarissimo. Lei prima ha citato i casi dei soggetti disabili, secondo lei c’è spazio per costruire delle strutture cosiddette autodestinate quindi quelle in cui il beneficiario è un soggetto disabile con malattie psicofisiche oppure dipendenze. Quindi il disponente è anche beneficiario del trust.

 

Risposta: Io non sono fan dei trust autodichiarati perchè sono legittimi sì, ma solamente in casi specifici. Quello del disabile è sicuramente uno dei casi meritevoli di tutela. Quindi in quell’ambito facendo le cose fatte bene si riesce a utilizzare questa struttura che invece in altri ambiti, come un ambito di protezione, un ambito successorio, francamente funzionano poco o non funziona nulla, tanto è vero che ci sono decine di sentenze che abbattono questi trust fatti un po’ alla viva il parroco.

 

Domanda: Molto chiaro. L’ultima domanda notaio, in Italia la stragrande maggioranza dei trust che vediamo è di carattere familiare, mentre in genere all’estero soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti, la percentuale di trust al contrario è soprattutto di carattere commerciale oppure endosocietario, secondo lei può esserci in futuro un vantaggio da parte di questi soggetti e le società oppure nel mondo commerciale per pensare a delle soluzioni contrattuali che prevedano all’interno anche dei meccanismi come il trust o simile al trust segregativi?

 

Risposta: Allora, innanzitutto, secondo me è stata frenata la scia dei bussiness trust per la paura della loro fiscalità perchè mentre quando si parla di persone fisiche parla di parenti in linea retta lineare, si parla di cose infrafamiliari e lì la tassazione è moderata o nulla nel campo societario per un ragionamento che dovrei fare, ma che è lungo, la tassazione spaventa molto. Se ora l’Agenzia delle Entrate finalmente si adeguasse alla Cassazione questo freno della fiscalità verrebbe meno e quindi ci sarebbe più spazio. Il problema è che poi bisogna far entrare una cultura nuova perchè la cosa stranissima è che nel campo delle persone fisiche che normalmente non hanno assistenza professionale, il trust ha risultati di frequenza e di utilizzo di notevole interesse, mentre nel campo societario dove invece l’assistenza professionale è di elevato tenore lì i professionisti non consigliano soluzioni trust. Quindi c’è ampio spazio per utilizzare il trust in campo business, fiscalmente dovrebbe mancare poco a uno sdoganamento di queste figure nel senso della loro non percussione fiscale. Il problema è di far entrare nella testa dei professionisti che assistono le società che tra le soluzioni nella cassetta degli attrezzi che si devono portare dietro c’è anche la possibilità del trust. Intendo dire patti parasociali, intendo dire somme in deposito per aggiustamenti in prezzo, somme in deposito per indennità e garanzie, intendo dire segregazione di patrimoni finalizzati a raggiungere obiettivi diversi degli obiettivi generali dell’ente che istituisce la segregazione patrimoniale. Lì è tutto da costruire perché è un campo, come diceva lei, abbastanza inesplorato.

 

Grazie notaio Busani per la disponibilità e per il tempo. Complimenti davvero per l’impegno, è stato poderoso nella stesura del libro che appena edito non abbiamo detto dalla Cedam, grazie molto. 

 

Grazie a voi! Buona serata e buona giornata!

 

Potete ascoltare le TrustTalks sul sito www.studiogaeta.com

Per contatti diretti con le nostre esperte inviate una mail a info@studiogaeta.com 

 

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